Coronavirus: “Pinacoteca di Brera chiusa, ma il cuore non cessa di battere”

Emergenza coronavirus, Milano vuole ripartire dalla cultura. Ad affermarlo è il sindaco di Milano Beppe Sala con un video sul suo profilo Instagram, nel quale comunica che vuole riaprire i musei. Ma c’è qualcuno che non ha mai completamente chiuso: la Pinacoteca di Brera.

313_master.0.d36127343-u31301694391699qdc-790x391corriere-print-nazionale1-klub-u313017112759052nd-656x492corriere-web-milanoJames Bradburne, il direttore della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Braidense rispedisce al mittente paure, blocchi e ordinanze che stanno investendo la città di Milano sull’onda della diffusione di Covid -19. ” Il coronavirus può farci chiudere gli edifici, sprangare gli ingressi, ma non può bloccare lo spirito di Milano e non quello che la Pinacoteca di Brera rappresenta per la città”. Da qui è nata l’idea: non arrendersi e portare il museo fuori dai muri e trasferirlo sui social, da Twitter a Instagram e poi anche sul sito, con video clip realizzati dagli stessi dipendenti, dove saranno spiegate e raccontate le opere d’arte raccolte nelle sale del museo. ”Una proposta che è stata accolta con entusiasmo -dice- io ne ho già fatte tre e altre adesso ne seguiranno. Un museo non è soltanto i suoi oggetti fissi, non dobbiamo solo venirci, possiamo offrire il museo, siamo qui per la città, per ogni cittadino, come luogo di ispirazione e consolazione, per aiutare a resistere a tutti i guai che affrontiamo adesso”.

 

Tiziano Panconi intervistato a Radio24 da Gianluca Nicoletti.

CERVELLI RIBELLI

“Cervelli Ribelli”, questa l’iniziativa lanciata ieri su Radio24, nella trasmissione Melog, condotta da Gianluca Nicoletti che ha intervistato Tiziano Panconi, il quale è intervenuto sui riflessi comportamentali nell’opera di Leonardo Da Vinci e alla Scuola del Verrocchio.
Cervelli Ribelli è il nuovo network dedicato alle menti incontenibili, a quei soggetti con sensibilità diverse e particolari che hanno fatto e fanno della loro vita un’arte.
I cervelli ribelli vedono la realtà con occhi diversi da chi si considera “normale”. Solo per pregiudizio sono assimilati al disordine o al disprezzo delle regole. Il cervello ribelle non è un asociale, piuttosto non è istintivamente dotato di attitudine all’esercizio di strategie sociali.
Cervelli Ribelli è una piattaforma strategica di comunicazione adatta ad accompagnare Partner i cui valori siano coerenti con la contemporaneità, con la valorizzazione delle differenze e dell’unicità, con l’orgoglio di chi non ha paura di mostrare il proprio punto di vista e di chi ama valorizzare il proprio sguardo sul mondo.
Cervelli Ribelli è un marchio già attivo, ma allo stesso tempo in continua evoluzione (come sottolinea il payoff “Evoluzione in corso”) e in grado quindi di adattarsi e di essere declinato in iniziative sia strategiche sia tattiche.
La diversità si presenta come sfida contemporanea a saper cogliere il valore delle differenze, presenti comunque in ciascuno di noi e in ogni manifestazione del mondo naturale. Differenze cognitive, comportamentali, di relazione mettono in gioco il nostro futuro e la scoperta di come ognuno abbia una sua impronta unica da lasciare.
Cervelli Ribelli, con il suo Team multidisciplinare, è un vera e propria Factory in grado di proporre idee, format, progetti, spazi di comunicazione ed eventi in collaborazione con chi crede che accettare questa sfida sia un’occasione di crescita e di evoluzione originale e creativa, capace di creare valore concreto.

Puglisi (Unesco), no a minacce Trump su siti culturali Presidente emerito Commissione italiana, indignato e preoccupato

Stride fortemente per le orecchie di un italiano la minaccia del Presidente Trump di esercitare la sua vendetta verso l’Iran distruggendo i siti culturali di quel Paese”. Lo afferma, dichiarandosi “profondamente indignato e preoccupato” il Presidente Emerito della Commissione Nazionale Italiana Unesco, prof. Giovanni Puglisi.

Per Puglisi “appare inverosimile, dopo gli scempi compiuti proprio dai fondamentalisti islamici in giro per l’Oriente vicino e lontano, tra l’indignazione del mondo intero, che il capo della potenza più rappresentativa del sistema occidentale, possa capovolgere storia, tradizioni e valori per dare sfogo ad un rancore politico e ad un astio quasi personale; inoltre la Convenzione Unesco che sancisce il valore della cultura e delle sue vestigia millenarie è stata fatta propria, sostenuta, difesa anche dagli Stati Uniti, spesso in condizione di grande difficoltà e talora con grandi sacrifici di uomini e mezzi”.
Puglisi ricorda che “lo scempio dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan, la distruzione della Città di Palmira in Siria, la devastazione del Museo di Baghdad proprio in Iraq, furono tragedie universalmente considerate come veri e propri crimini contro l’Umanità, anche dagli americani di Trump. L’arroganza del fondamentalismo islamista, scita o sunnita che sia, non si combatte con la tracotanza del denaro e delle armi del capitalismo americano: la tracotanza – ci hanno insegnato gli antichi Greci, ricorda Puglisi – evoca la vendetta degli dei”. “La distruzione della vestigia dell’antica e nobile cultura persiana travolgerebbe, anche solo con il suo fragore delle sue macerie, le deboli icone di una modernità occidentale irriverente e blasfema. Trump forse non lo sa, ma gli italiani con la loro dignità e il loro spessore culturali, sì: occorre – conclude il Presidente Emerito della Commissione Italiana Unesco – distinguersi da chi, in Europa e altrove, fa del silenzio indifferente un alibi eloquente”.

PASSIONE NEOCLASSICA A MILANO

L’emozione della scultura neoclassica è, in fondo, l’emozione della mitologia che prende corpo, è una storia che da orale si fa concreta, viva, pur attraverso la mediazione, apparentemente impossibile, del marmo. E di emozione non si può non parlare quando si considera la mostra “Canova – Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna”, presentata alle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo in piazza della Scala a Milano. Un’esposizione con oltre 160 opere che mette a confronto due maestri, che furono anche rivali. E da questa rivalità seppero trarre una serie di capolavori.

“Questa – ha spiegato il professor Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo – la ritengo una mostra che rappresenta un po’ il culmine di tutto quello che finora il nostro Progetto Cultura ha realizzato, sia per la difficoltà di riunire queste opere, sia per il progetto, perché mettere insieme le opere di Canova e di Thorvaldsen era qualcosa che non era mai accaduto nella storia dell’arte e rappresenta un passo molto interessante di ricerca”.

Particolarmente affascinante è vedere come l’opera dei due scultori – uno figlio della grande tradizione italiana, l’altro proveniente dal Nord danese, ma educato poi alla classicità in lunghi anni trascorsi a Roma – abbia prodotto immagini scultoree che sono entrate nell’immaginario collettivo.

“Imitando gli antichi – ci ha detto Fernando Mazzocca, che insieme a Stefano Grandesso cura la mostra – Canova e Thorvaldsen hanno saputo reinterpretare in maniera moderna i grandi temi universali legati alla mitologia. Quindi vedremo a confronto le loro opere più belle, come le Grazie, Venere, Amore e Psiche, Eros. Quindi il pubblico potrà aggirarsi in questo straordinario Olimpo di marmo che ci permetterà di capire come la scultura tra Settecento e Ottocento, grazie a Canova e Thorvaldsen ha recuperato quella grandezza che aveva raggiunto nell’epoca mitica dell’antichità”.

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La mostra è realizzata in collaborazione con importanti istituzioni straniere, tra le quali il Museo Thorvaldsen di Copenaghen e l’Ermitage di San Pietroburgo, e anche questo è un elemento molto rilevante dell’esposizione. “C’è una dimensione internazionale – ha commentato Michele Coppola, direttore Arte, Cultura e Beni storici del gruppo bancario – che ormai è un elemento distintivo delle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, non soltanto per i prestiti da tutto il mondo e per la partnership con musei importantissimi, ma per la qualità dell’offerta espositiva, per la profondità del progetto scientifico”.

Moderni nella visionarietà della scultura, Canova e Thorvaldsen lo furono anche per il modo in cui organizzarono il lavoro, con vere e proprie officine e numerosi collaboratori, che hanno in qualche modo anticipato un altro aspetto dell’arte che avrebbe poi dato forma al Novecento.

La mostra delle Gallerie d’Italia resta aperta al pubblico fino al 15 marzo 2020.

CIMABUE…IN CUCINA

Quando hai un quadro che vale decine di milioni di euro a tua insaputa, appeso a un muro di casa senza saperlo. E’ quello che è successo a una anziana signora francese che teneva da sempre un’opera di Cimabue uno dei massimi maestri della pittura della storia, in casa, pensando fosse una semplice e banale icona religiosa. Certamente si rendeva conto che fosse antica, ma non gli aveva mai dato particolare importanza. Così un giorno ha deciso di farla valutare, chissà perché. La risposta è stata scioccante: un’opera di Cimabue risalente al Duecento, altro che vecchia. Vero nome Cenni di Pepo, nato a Firenze intorno al 1240, ebbe anche l’onore di essere citato da Dante Alighieri, e considerato lo scopritore di Giotto.

Si tratta di un dipinto di piccole dimensioni, il Cristo deriso, dipinto da Cimabue nel 1280, 25,8 su 20,3 centimetri, tempera a uova, valore tra i 4 e i 6 milioni di euro. Anziana ma non sciocca, la signora l’ha subito consegnato a una casa d’aste che l’ha venduto a 24,18 milioni di euro a un acquirente sconosciuto: “Si tratta del più alto prezzo mai pagato per un quadro prerinascimentale (primitif il termine utilzzato) – ha assicurato la casa d’aste Actéeon – il settimo in assoluto considerando opere “primitive” e antiques, in una graduatoria dove entrano, nell’ordine “il Salvator Mundi di Leonardo, il Massacro degli Innocenti di Rubens, un Pontormo, un Rembrandt, un Raffaello e un Canaletto”. Peccato, magari adesso come capita spesso oggi è finito a casa di qualche sceicco arabo. E pensare che per decenni era a prendere polvere nella casa di una anziana signora francese. Chissà come era arrivato fino a lassù, in una cucina di una casa di campagna a Compiènge.

L’arte è musica su tela?

Quando parliamo di musica è arduo non pensare al filo conduttore che la lega all’arte pittorica; fin dai suoi albori l’Occidente è stato percorso da tentativi empirici di correlare la sensazione uditiva della musica con quella visiva della pittura e dei colori. Il motivo? Forse l’assonanza di certe espressioni come «colore timbrico degli strumenti» o «vibrazione dei colori», forse più semplicemente perché entrambe queste forme d’arte tendono ad una rappresentazione astratta e fortemente spirituale. L’innesto di elementi musicali nella pittura si fa predominante nel momento in cui gli artisti tentano di esprimere, anziché l’esterno, l’interiorità.

“Presta le tue orecchie alla musica, apri i tuoi occhi alla pittura, e… smetti di pensare!” scriveva Vasilij Kandinskij.

Fin dagli albori l’occidente è stato percorso da tentativi empirici di correlare la sensazione uditiva della musica con quella visiva della pittura e dei colori. Forse per l’assonanza di espressioni come «colore timbrico degli strumenti» o «vibrazione dei colori» o, più semplicemente, perché entrambe tendono ad una rappresentazione astratta e fortemente spirituale. L’incontro tra pittura e musica è ravvisabile nella volontà pittorica di trasferire sulla tela l’essenza del fatto emozionale e nel tentativo dei musicisti di associare al suono il colore.

Nel corso del Novecento si assiste a una costante e progressiva riflessione teorica sulla dimensione musicale-pittorica da parte di importanti rappresentanti dell’avanguardia artistica. In particolare Vasilij Kandinskij, Paul Klee e Jackson Pollock hanno reso evidente nella produzione pittorica l’interesse per l’universo musicale. Nel Novecento abbiamo dunque la più imponente rottura formale storicamente mai realizzatasi in ambito musicale, ed anche l’arte pittorica sente la necessità di un superamento dei parametri dell’estetica tradizionale; la scomposizione delle immagini, a partire dal cubismo, è identificata come l’azione liberatrice dell’Io compositivo che necessita di allontanarsi dai fantasmi della riproduzione realistica. Anche per Klee l’essenza della musica rappresenta la condizione di immaterialità e astrazione cui aspirare. Basti pensare alla presenza nel suo catalogo di oltre cinquecento titoli aventi come tema le maschere, la musica e il teatro.

Risultati immagini per musica e arte

Ma perché la musica precede la pittura e le altre arti in questo processo di emancipazione storica e formale? In quale modo la pittura si serve della musica per raggiungere il medesimo scopo? La musica è da molti secoli l’arte che non ha adoperato i propri mezzi per ritrarre la natura, ma per descrivere la vita psichica dell’artista o per creare una vita parallela servendosi dei suoni. Gli stessi mezzi di cui essa si serve, ovvero i suoni, rappresentano la sorgente d’ambiguità di una corrispondenza tra ascolto e percezione che non può essere reale. Tale movimento di forme non visibili è l’essenza stessa della musica. Secondo Pollock invece «dipingere è un modo di essere, a un certo momento i pittori cominciarono a considerare la tela come un’arena in cui agire, invece che come uno spazio in cui riprodurre e disegnare un oggetto presente o immaginario. La tela non era più dunque il supporto di una pittura, bensì di un evento; l’azione sulla tela divenne così la stessa rappresentazione».

Una delle innovazioni più importanti di Pollock è stata la messa a punto di una tecnica chiamata «dripping» (sgocciolamento), consistente nel far gocciolare il colore su una tela posta in orizzontale, determinando la colatura del colore con gesti rituali e coreografici in cui erano presenti reminescenze dei riti magico-propiziatori praticati dagli indiani d’America. Le opere così realizzate si presentano come un caotico intreccio di linee e macchie colorate di immagini mentali, è l’inconscio a parlare, con una totale assenza di organizzazione razionale.

Altro esempio d’incontro tra arte e musica trasportato nella contemporaneità è rappresentato da Andy Warhol. Emblematica la sinergia artistico-musicale tra Warhol ed il gruppo rock statunitense Velvet Underground, di cui l’artista fu autore della copertina dell’album «The Velvet Underground & Nico», noto anche come «banana album», per l’inconfondibile banana disegnata da Warhol, invitando l’osservatore a sbucciare lentamente e vedere l’arte in esso contenuta.

Ma se il pittore si è avvicinato al contesto musicale liberando la pittura dalle convenzionali forme figurative, un processo analogo è stato attuato anche dal musicista, trovando nell’espressione pittorica un completamento alla propria arte. Pittura e musica si fondono al solo scopo di trasportare il fruitore in una realtà parallela, fatta di emozioni, di astrattismo e di rappresentazione di una realtà interiore. Poiché il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso sull’anima, si può dunque indirizzare l’arte pittorica del futuro nell’uso del colore come suono.

Una grande mostra su Artemisia Gentileschi alla National Gallery

La National Gallery di Londra ha in programma una grande mostra su Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli, 1654) che si terrà nel 2020, tra i mesi di aprile e luglio. Si tratterà di un’esposizione che entrerà nel dettaglio della vita e della carriera dell’artista, figlia del grande pittore Orazio Gentileschi e a sua volta tra i grandi nomi dell’arte del Seicento, e che sarà organizzata anche per offrire una sorta di cornice alla nuova acquisizione della National Gallery (risalente al luglio di quest’anno), ovvero l’Autoritratto come santa Caterina d’Alessandria di Artemisia, che il pubblico può già vedere nel museo a partire dal 19 dicembre 2018. L’opera passò in asta da Drouout a Parigi nel 2017, con una stima tra i 300 e i 400.000 euro, e fu acquistata per 2.360.600 euro (record per l’artista) dagli antiquari Marco Voena e Fabrizio Moretti. Il dipinto fu quindi venduto poco dopo alla National Gallery per la somma di 3 milioni e 600mila sterline.

“Siamo fortunati ad avere una delle maggiori collezioni di pittura barocca italiana del mondo, con capolavori di molti dei più grandi artisti del tempo”, si legge in una nota del museo britannico, “ma nella raccolta della National Gallery c’è ancora scarsità di dipinti realizzati da donne. L’acquisizione dell’autoriratto di Artemisia Gentileschi cerca di bilanciare l’equilibrio, ed è il primo ritratto femminile, oltre che il primo autoritratto, della collezione italiana del Seicento”. Il ritratto rimarrà per qualche mese a Londra, poi comincerà un “tour” (è questo il termine utilizzato dal museo inglese) che prenderà il via da Glasgow nel marzo 2019, in occasione della Giornata della Donna.

Negli ultimi mesi il dipinto ha subito un restauro consistito in una pulitura di tutta la superficie e nel risarcimento delle lacune. Si tratta di un dipinto nel quale l’identità di Artemisia si sovrappone, come spesso accade nella sua arte, a quella dei soggetti da lei raffigurati: quanto all’epoca della realizzazione, il ritratto della National Gallery è databile agli anni centrali del suo soggiorno fiorentino (tra il 1612 e il 1620), presumibilmente attorno al 1615-1617. Durante gli anni che trascorse a Firenze, Artemisia dipinse diverse opere con le sue fattezze: con questo mezzo, l’artista riuscì anche ad “affermare la sua reputazione nei circoli colti, trasformandosi in una degli artisti più richiesti della sua generazione”. Dell’opera esiste un’altra versione, conservata agli Uffizi, considerata successiva.

Nella foto: Artemisia Gentileschi, Autoritratto come santa Caterina d’Alessandria (1615-1617 circa; olio su tela, 71,4 x 69 cm; Londra, National Gallery)