PASSIONE NEOCLASSICA A MILANO

L’emozione della scultura neoclassica è, in fondo, l’emozione della mitologia che prende corpo, è una storia che da orale si fa concreta, viva, pur attraverso la mediazione, apparentemente impossibile, del marmo. E di emozione non si può non parlare quando si considera la mostra “Canova – Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna”, presentata alle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo in piazza della Scala a Milano. Un’esposizione con oltre 160 opere che mette a confronto due maestri, che furono anche rivali. E da questa rivalità seppero trarre una serie di capolavori.

“Questa – ha spiegato il professor Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo – la ritengo una mostra che rappresenta un po’ il culmine di tutto quello che finora il nostro Progetto Cultura ha realizzato, sia per la difficoltà di riunire queste opere, sia per il progetto, perché mettere insieme le opere di Canova e di Thorvaldsen era qualcosa che non era mai accaduto nella storia dell’arte e rappresenta un passo molto interessante di ricerca”.

Particolarmente affascinante è vedere come l’opera dei due scultori – uno figlio della grande tradizione italiana, l’altro proveniente dal Nord danese, ma educato poi alla classicità in lunghi anni trascorsi a Roma – abbia prodotto immagini scultoree che sono entrate nell’immaginario collettivo.

“Imitando gli antichi – ci ha detto Fernando Mazzocca, che insieme a Stefano Grandesso cura la mostra – Canova e Thorvaldsen hanno saputo reinterpretare in maniera moderna i grandi temi universali legati alla mitologia. Quindi vedremo a confronto le loro opere più belle, come le Grazie, Venere, Amore e Psiche, Eros. Quindi il pubblico potrà aggirarsi in questo straordinario Olimpo di marmo che ci permetterà di capire come la scultura tra Settecento e Ottocento, grazie a Canova e Thorvaldsen ha recuperato quella grandezza che aveva raggiunto nell’epoca mitica dell’antichità”.

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La mostra è realizzata in collaborazione con importanti istituzioni straniere, tra le quali il Museo Thorvaldsen di Copenaghen e l’Ermitage di San Pietroburgo, e anche questo è un elemento molto rilevante dell’esposizione. “C’è una dimensione internazionale – ha commentato Michele Coppola, direttore Arte, Cultura e Beni storici del gruppo bancario – che ormai è un elemento distintivo delle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, non soltanto per i prestiti da tutto il mondo e per la partnership con musei importantissimi, ma per la qualità dell’offerta espositiva, per la profondità del progetto scientifico”.

Moderni nella visionarietà della scultura, Canova e Thorvaldsen lo furono anche per il modo in cui organizzarono il lavoro, con vere e proprie officine e numerosi collaboratori, che hanno in qualche modo anticipato un altro aspetto dell’arte che avrebbe poi dato forma al Novecento.

La mostra delle Gallerie d’Italia resta aperta al pubblico fino al 15 marzo 2020.

CIMABUE…IN CUCINA

Quando hai un quadro che vale decine di milioni di euro a tua insaputa, appeso a un muro di casa senza saperlo. E’ quello che è successo a una anziana signora francese che teneva da sempre un’opera di Cimabue uno dei massimi maestri della pittura della storia, in casa, pensando fosse una semplice e banale icona religiosa. Certamente si rendeva conto che fosse antica, ma non gli aveva mai dato particolare importanza. Così un giorno ha deciso di farla valutare, chissà perché. La risposta è stata scioccante: un’opera di Cimabue risalente al Duecento, altro che vecchia. Vero nome Cenni di Pepo, nato a Firenze intorno al 1240, ebbe anche l’onore di essere citato da Dante Alighieri, e considerato lo scopritore di Giotto.

Si tratta di un dipinto di piccole dimensioni, il Cristo deriso, dipinto da Cimabue nel 1280, 25,8 su 20,3 centimetri, tempera a uova, valore tra i 4 e i 6 milioni di euro. Anziana ma non sciocca, la signora l’ha subito consegnato a una casa d’aste che l’ha venduto a 24,18 milioni di euro a un acquirente sconosciuto: “Si tratta del più alto prezzo mai pagato per un quadro prerinascimentale (primitif il termine utilzzato) – ha assicurato la casa d’aste Actéeon – il settimo in assoluto considerando opere “primitive” e antiques, in una graduatoria dove entrano, nell’ordine “il Salvator Mundi di Leonardo, il Massacro degli Innocenti di Rubens, un Pontormo, un Rembrandt, un Raffaello e un Canaletto”. Peccato, magari adesso come capita spesso oggi è finito a casa di qualche sceicco arabo. E pensare che per decenni era a prendere polvere nella casa di una anziana signora francese. Chissà come era arrivato fino a lassù, in una cucina di una casa di campagna a Compiènge.

L’arte è musica su tela?

Quando parliamo di musica è arduo non pensare al filo conduttore che la lega all’arte pittorica; fin dai suoi albori l’Occidente è stato percorso da tentativi empirici di correlare la sensazione uditiva della musica con quella visiva della pittura e dei colori. Il motivo? Forse l’assonanza di certe espressioni come «colore timbrico degli strumenti» o «vibrazione dei colori», forse più semplicemente perché entrambe queste forme d’arte tendono ad una rappresentazione astratta e fortemente spirituale. L’innesto di elementi musicali nella pittura si fa predominante nel momento in cui gli artisti tentano di esprimere, anziché l’esterno, l’interiorità.

“Presta le tue orecchie alla musica, apri i tuoi occhi alla pittura, e… smetti di pensare!” scriveva Vasilij Kandinskij.

Fin dagli albori l’occidente è stato percorso da tentativi empirici di correlare la sensazione uditiva della musica con quella visiva della pittura e dei colori. Forse per l’assonanza di espressioni come «colore timbrico degli strumenti» o «vibrazione dei colori» o, più semplicemente, perché entrambe tendono ad una rappresentazione astratta e fortemente spirituale. L’incontro tra pittura e musica è ravvisabile nella volontà pittorica di trasferire sulla tela l’essenza del fatto emozionale e nel tentativo dei musicisti di associare al suono il colore.

Nel corso del Novecento si assiste a una costante e progressiva riflessione teorica sulla dimensione musicale-pittorica da parte di importanti rappresentanti dell’avanguardia artistica. In particolare Vasilij Kandinskij, Paul Klee e Jackson Pollock hanno reso evidente nella produzione pittorica l’interesse per l’universo musicale. Nel Novecento abbiamo dunque la più imponente rottura formale storicamente mai realizzatasi in ambito musicale, ed anche l’arte pittorica sente la necessità di un superamento dei parametri dell’estetica tradizionale; la scomposizione delle immagini, a partire dal cubismo, è identificata come l’azione liberatrice dell’Io compositivo che necessita di allontanarsi dai fantasmi della riproduzione realistica. Anche per Klee l’essenza della musica rappresenta la condizione di immaterialità e astrazione cui aspirare. Basti pensare alla presenza nel suo catalogo di oltre cinquecento titoli aventi come tema le maschere, la musica e il teatro.

Risultati immagini per musica e arte

Ma perché la musica precede la pittura e le altre arti in questo processo di emancipazione storica e formale? In quale modo la pittura si serve della musica per raggiungere il medesimo scopo? La musica è da molti secoli l’arte che non ha adoperato i propri mezzi per ritrarre la natura, ma per descrivere la vita psichica dell’artista o per creare una vita parallela servendosi dei suoni. Gli stessi mezzi di cui essa si serve, ovvero i suoni, rappresentano la sorgente d’ambiguità di una corrispondenza tra ascolto e percezione che non può essere reale. Tale movimento di forme non visibili è l’essenza stessa della musica. Secondo Pollock invece «dipingere è un modo di essere, a un certo momento i pittori cominciarono a considerare la tela come un’arena in cui agire, invece che come uno spazio in cui riprodurre e disegnare un oggetto presente o immaginario. La tela non era più dunque il supporto di una pittura, bensì di un evento; l’azione sulla tela divenne così la stessa rappresentazione».

Una delle innovazioni più importanti di Pollock è stata la messa a punto di una tecnica chiamata «dripping» (sgocciolamento), consistente nel far gocciolare il colore su una tela posta in orizzontale, determinando la colatura del colore con gesti rituali e coreografici in cui erano presenti reminescenze dei riti magico-propiziatori praticati dagli indiani d’America. Le opere così realizzate si presentano come un caotico intreccio di linee e macchie colorate di immagini mentali, è l’inconscio a parlare, con una totale assenza di organizzazione razionale.

Altro esempio d’incontro tra arte e musica trasportato nella contemporaneità è rappresentato da Andy Warhol. Emblematica la sinergia artistico-musicale tra Warhol ed il gruppo rock statunitense Velvet Underground, di cui l’artista fu autore della copertina dell’album «The Velvet Underground & Nico», noto anche come «banana album», per l’inconfondibile banana disegnata da Warhol, invitando l’osservatore a sbucciare lentamente e vedere l’arte in esso contenuta.

Ma se il pittore si è avvicinato al contesto musicale liberando la pittura dalle convenzionali forme figurative, un processo analogo è stato attuato anche dal musicista, trovando nell’espressione pittorica un completamento alla propria arte. Pittura e musica si fondono al solo scopo di trasportare il fruitore in una realtà parallela, fatta di emozioni, di astrattismo e di rappresentazione di una realtà interiore. Poiché il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso sull’anima, si può dunque indirizzare l’arte pittorica del futuro nell’uso del colore come suono.

Una grande mostra su Artemisia Gentileschi alla National Gallery

La National Gallery di Londra ha in programma una grande mostra su Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli, 1654) che si terrà nel 2020, tra i mesi di aprile e luglio. Si tratterà di un’esposizione che entrerà nel dettaglio della vita e della carriera dell’artista, figlia del grande pittore Orazio Gentileschi e a sua volta tra i grandi nomi dell’arte del Seicento, e che sarà organizzata anche per offrire una sorta di cornice alla nuova acquisizione della National Gallery (risalente al luglio di quest’anno), ovvero l’Autoritratto come santa Caterina d’Alessandria di Artemisia, che il pubblico può già vedere nel museo a partire dal 19 dicembre 2018. L’opera passò in asta da Drouout a Parigi nel 2017, con una stima tra i 300 e i 400.000 euro, e fu acquistata per 2.360.600 euro (record per l’artista) dagli antiquari Marco Voena e Fabrizio Moretti. Il dipinto fu quindi venduto poco dopo alla National Gallery per la somma di 3 milioni e 600mila sterline.

“Siamo fortunati ad avere una delle maggiori collezioni di pittura barocca italiana del mondo, con capolavori di molti dei più grandi artisti del tempo”, si legge in una nota del museo britannico, “ma nella raccolta della National Gallery c’è ancora scarsità di dipinti realizzati da donne. L’acquisizione dell’autoriratto di Artemisia Gentileschi cerca di bilanciare l’equilibrio, ed è il primo ritratto femminile, oltre che il primo autoritratto, della collezione italiana del Seicento”. Il ritratto rimarrà per qualche mese a Londra, poi comincerà un “tour” (è questo il termine utilizzato dal museo inglese) che prenderà il via da Glasgow nel marzo 2019, in occasione della Giornata della Donna.

Negli ultimi mesi il dipinto ha subito un restauro consistito in una pulitura di tutta la superficie e nel risarcimento delle lacune. Si tratta di un dipinto nel quale l’identità di Artemisia si sovrappone, come spesso accade nella sua arte, a quella dei soggetti da lei raffigurati: quanto all’epoca della realizzazione, il ritratto della National Gallery è databile agli anni centrali del suo soggiorno fiorentino (tra il 1612 e il 1620), presumibilmente attorno al 1615-1617. Durante gli anni che trascorse a Firenze, Artemisia dipinse diverse opere con le sue fattezze: con questo mezzo, l’artista riuscì anche ad “affermare la sua reputazione nei circoli colti, trasformandosi in una degli artisti più richiesti della sua generazione”. Dell’opera esiste un’altra versione, conservata agli Uffizi, considerata successiva.

Nella foto: Artemisia Gentileschi, Autoritratto come santa Caterina d’Alessandria (1615-1617 circa; olio su tela, 71,4 x 69 cm; Londra, National Gallery)

AQUA. A Milano un’installazione per celebrare il cinquecentenario di Leonardo Da Vinci

The Art Spectactor: Dal 6 al 14 Aprilela Conca dell’Incoronatasi trasforma nella location di una bellissima installazione tutta da ammirare. La struttura, dal nome “AQUA. La visione di Leonardo”, è frutto della creatività di Marco Balich, organizzatore e curatore di grandi eventi, che si occupa della realizzazione di spettacoli di respiro internazionale.

L’opera si compone di una vera e propria struttura costruita dentro e sopra la Conca sotto forma di grande specchio d’acqua, al cui estremo si trova uno schermo a LED che mostra le immagini di una Milano futuristica. Lo schermo proietta lo spettatore in un futuro immaginario, che viene però percepito come concreto per il fatto stesso di essere “visto”, e quindi in qualche modo di essere vissuto, negli occhi di chi guarda. Un’opera lungimirante e innovativa, proprio come Leonardo da Vinci che con le sue costruzioni di grande livello tecnico e ingegneristico puntava a superare i limiti della conoscenza per rendere pensabile l’impensabile.

All’interno del canale verrà creata inoltre una Wunderkammerin cui i visitatori potranno vivere un’esperienza emozionante grazie a luci, suoni e immagini incentrati sul tema dell’acqua, elemento che ha sempre affascinato Leonardo e che spesso si è posto in relazione alle sue opere.

L’installazione è promossa dal Salone del Mobile per gli eventi diffusi in città, in occasione della Design Week, e fa parte degli appuntamenti di Leonardo 500, il palinsesto che celebra il centenario della morte del grande genio rinascimentale.

Il saluto del Presidente Conte apre il Convegno dedicato a Boldini

In Senato un convegno su Giovanni Boldini, aperto dal saluto istituzionale del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, riunisce i più insigni studiosi dell’artista 

The Art Spectator: il 24 gennaio, al Senato della Repubblica, si è svolto il convegno “Giovanni Boldini”. L’artista italiano famoso nel mondo quale emblema della bellezza femminile.

L’importante iniziativa istituzionale, moderata da Arabella Cifani de Il Giornale dell’arte, ha visto la partecipazione di illustri studiosi del grande artista italo francese, fra loro Tiziano Panconi, presidente del Museo archives Giovanni Boldini Macchiaioli di Pistoia, considerato – ha affermato Arabella Cifani – il massimo connoisseurdell’opera di Boldini, a cui si devono scoperte fondamentali sulla biografia del maestro. Poi Leo Lecci, docente di storia dell’arte moderna presso l’Università degli studi di Genova, Marina Mattei, curatrice dei Musei Capitolini nonché direttrice degli scavi di Largo Argentina e Elena Di Raddo, docente di storia dell’arte moderna all’Università Cattolica di Milano, tutti e tre autorevoli membri del Comitato scientifico del Museo archives Boldini di Pistoia.

Sono intervenuti anche Sergio Gaddi, responsabile dei Racconti dell’arte di Arthemisia e Alessandra Tiddia, curatrice del museo Mart di Rovereto.

Manuela Kustermann ha offerto invece una emozionante lettura de “Le donne di Boldini”, fra i brani più noti scritti su Boldini, sempre per la penna di Tiziano Panconi.

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La locandina ufficiale dell’evento in Senato

La giornata di studi, organizzata in collaborazione con il Senato della Repubblica e appunto il museo archives di Pistoia (che si occupa della promozione, catalogazione e tutela delle opere di Boldini), con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero dei beni culturali, ha fatto il punto sugli ultimi dieci anni di studi e ricerche condotte sulla figura di Giovanni Boldini: dalla pubblicazione nel 2008 delle lettere segrete della moglie del maestro, Emilia Cardona Boldini al giovane amante Francis La Monaca, fino all’espugnazione dal corpus pittorico di un ciclo di dipinti “spagnoleggianti” e all’identikit stilistico di Antonio Barchi, il più noto falsario di Boldini, nonchè ai molti documenti inediti resi noti nel catalogo Skirà della grande mostra su Boldini tenutasi al Vittoriano nel 2017.

La sessione si è aperta con la lettura del messaggio istituzionale del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che ha manifestato il suo più “vivo apprezzamento per gli approfonditi studi svolti sulle opere e sulla vita del pittore ferrarese” dagli esimi studiosi convocati nelle sale del Senato per questa eccezionale occasione.

L’organizzazione tecnica e la comunicazione sono state della project director Irene Pagnini di Mia’s communications. Sponsor Il Giornale dell’arte, Butterfly Transport e UAU Magazine.

L’introduzione è stata affidata alla senatrice Barbara Masini e le conclusioni al senatore Manuel Vescovi.

Boldini elaborò con spirito innovativo e “leggero” i modelli del passato.

“La forte consuetudine dell’artista alla interdisciplinarietà – ha detto Marina Mattei – ha davvero segnato il suo tempo, contribuendo a rendere vivi e presenti nell’immaginario di ognuno di noi i personaggi che hanno fatto l’Italia.

Suo è il ritratto di Verdi conservato alla GNAM di Roma, attraverso il quale riconosciamo le caratteristiche salienti del magnifico compositore”.

“Nella sua lunga vita – ha aggiunto la senatrice Masini, membro della commissione senatoriale per le politiche europee – fu fra i più alti rappresentanti dell’ingegno italiano all’estero, funzione che ancora svolge attraverso le sue opere straordinarie esposte nelle mostre e nei più importanti musei del mondo.

La cultura dunque quale memoria del passato ma anche fonte di progresso e vessillo di identità nazionale. Quella identità la cui tutela è prevista nella nostra Carta costituzionale e che compete in primo luogo alle più alte istituzioni dello Stato”.

Panconi e la Mattei hanno infine ringraziato il premier Conte “perché il suo attestato di stima e le sue parole, costituiscono la più alta testimonianza di quella sensibilità istituzionale che in Italia sopravvive alle contrapposizioni politiche, costituendo il miglior preludio per il reiterarsi delle necessarie iniziative di studio, tutela e promozione dell’opera di Boldini. Per ciò un particolare ringraziamento è stato rivolto anche al presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e al Ministero dei beni culturali del turismo nella persona del ministro Alberto Bonisoli”. Il senatore Manuel Vescovi ha poi terminato parlando della necessità di promuovere il patrimonio culturale italiano, sia attraverso iniziative di straordinario valore come questa, sia attingendo da altri proficui modelli di valorizzazione utilizzati all’estero.

Gli atti del convegno saranno pubblicati per i tipi del Museo archives Giovanni Boldini Macchiaioli di Pistoia.

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(da destra): Tiziano Panconi, Sergio Gaddi, Arabella Cifani, Leo Lecci, sen. Barbara Masini

Arte e magia in mostra a Rovigo

The Art Spectator: Nelle sue Notti Attiche, lo scrittore romano Aulo Gellio, vissuto nel primo secolo dell’era comune, riportava che tutti i giovani desiderosi d’avvicinarsi agl’insegnamenti di Pitagoraerano tenuti a osservare almeno due anni di silenzio: i discepoli che il grande filosofo accettava nella sua scuola, assicura Aulo Gellio, dovevano ascoltare le parole del maestro, e non potevano fare domande se avevano capito poco, né tanto meno commentare. Solo dopo aver appreso tutti gli argomenti, anche i più difficili, era loro concesso d’esprimersi, di pronunciare qualche parola, di chiedere. Quel silenzio che Pitagora imponeva avrebbe poi attraversato i secoli, assurgendo a simbolo di meditazione, di passaggio primario per essere iniziati a una dottrina, a un culto o a una filosofia, oltre che della fatica necessaria per apprendere. “In antico”, ha scritto D’Annunzio nel suo Libro segreto, “religioni e filosofie non vissero se non di silenzio: conobbero e osservarono la necessità del silenzio. Quelle che a tal necessità si sottrassero, quelle furono sempre mal comprese difformate profanate avvilite”. C’è il silenzio dell’anacoreta cristiano, che si mette a tacere per accogliere al meglio il suo dio, e per certi ordini monastici il silenzio fa parte della regolacui obbedire. C’è il silenzio della massoneria, più simile a quello pitagorico, cui sono obbligati gli apprendisti che intendono accedere al grado successivo della gerarchia massonica. C’è il silenzio che pratiche filosofiche o ascetiche richiedono al fine d’estraniarsi dal brusio del mondo esterno e dar voce solo a ciò che viene dal profondo dell’inconscio. C’è il silenzio della poesia.

Il silenzio è dunque allo stesso tempo un dono, un modo per preservare la purezza (o per non rivelare segreti), un mezzo per sondare se stessi o per provare a inoltrarsi in una dimensione altra. Ma il silenzio è anche un primo passaggio, una condizione di partenza: ed è per tal ragione che una mostra come Arte e magia(a Rovigo, Palazzo Roverella) non può che cominciare dall’invito al silenzioper calare il pubblico entro i meandri dell’occultismo e dell’esoterismo. Un invito che prende le forme d’una scultura di Jean Dampt(Venarey-les-Laumes, 1854 – Digione, 1945) e Alexandre Bigot(Mer, 1862 – Parigi, 1927), intitolata Le Silence: un volto emaciato, quasi sofferente, che rivolge all’osservatore il cosiddetto gesto arpocratico(o signum harpocraticum), quello che si fa portando l’indice verso la bocca chiusa e al quale il grande André Chastelha dedicato alcune pagine del suo fondamentale Il gesto nell’arte. Un gesto che può assumere, scriveva Chastel, un valore semantico passivo (“io mi taccio”) o attivo (“tacete”), e che per tal ragione diviene passibile di molte letture (una caratteristica che lo rende ancor più ammaliante): se nei templi del dio egizio Arpocrate il gesto dell’indice mosso a serrare la bocca aveva la funzione d’esortare gli adepti a non diffondere le sue rivelazioni, nella scultura dall’aspetto funereo di Dampt e Bigot, ideata per decorare un letto e quindi associata alla nottee alle sue inquietudini, il silenzio diviene sinonimo di mistero, e guardando quella figura che c’invita a tacere con quel fare così imperioso, s’è quasi portati a seguirla tra i segreti della notte.

E un invito al silenzio è anche quello che il visitatore accoglie nell’incontrare il Silenziodi Giorgio Kienerk(Firenze, 1869 – Fauglia, 1948), pannello centrale del trittico L’enigma umano: è una straordinaria vanitasche unisce i due pannelli laterali col piacere e il dolore (peccato non siano a Rovigo, benché filologicamente la scelta di separare le tre tavole non sia errata, dacché il Silenzionacque più di dieci anni prima degli altri due e pertanto fu inizialmente esposto da solo, e addirittura Il Piacererimase nello studio di Kienerk), congiungendo i motivi del secondo (il teschio, l’atmosfera cupa) con quelli del primo (la procace sensualità della modella) e rimandandoci alla dimensione eroticadel silenzio, che trova corrispondenza, per esempio, in un passaggio di À coeur perdudi Joséphin Péladan (“Silence des lèvres, sans paroles et sans baisers, silence des mains sans caresses, silence des nerfs détendus, silence de la peau desélectrisée et froide; et tout ce silence glaçant une vierge enflammée par la douleur de l’amplexion et qui attend le plaisir enfin”: “silenzio delle labbra, senza parole e senza baci, silenzio delle mani senza carezze, silenzio dei nervi distesi, silenzio della pelle priva d’elettricità e fredda; e tutto questo silenzio che ghiaccia una vergine infiammata dal dolore dell’amplesso e che attende infine il piacere”). Una volta accolto l’invito, si può compiere l’iniziazione: a renderla manifesta è L’initiationdi Charles Sellier(Nancy, 1830 – 1882), che dipinge una figura condotta verso la luce da due angeli che stanno ai suoi fianchi e la guidano.

Questo è molto altro in mostra a Rovigo, al Palazzo della Roverella, sino al 27 gennaio