QUESTO WEEK END: OPEN HOUSE ROMA 2017

The Art Spectator: Open House Roma è un evento annuale che in un solo week end consente l’apertura gratuita di centinaia di edifici della Capitale notevoli per le peculiarità architettoniche – artistiche e che, a differenza di iniziative simili, rivolge particolare attenzione oltre che al patrimonio storico, anche e soprattutto a quello moderno e contemporaneo, fino ad aprire la visita anche dei cantieri della città in trasformazione.

Open House è il grande evento di architettura sviluppato in 4 continenti e 31 città parte dell’evento internazionale Open House Worldwide.

Le visite guidate gratuite, effettuate dai progettisti stessi, dai cultori dell’architettura, dagli studenti delle tre Facoltà di Roma, IED e Accademia di Belle Arti di Roma e dai volontari Touring Club Italiano, i tour pedonali e ciclabili, più i  numerosi eventi speciali permetteranno ai cittadini di scoprire il patrimonio nascosto della capitale: quegli spazi che per la loro quotidiana funzione o per mancanza di occasioni non sono aperti alla fruizione pubblica.

La sesta edizione  di OPEN HOUSE ROMA  si terrà dal 6 e 7 maggio 2017.

L’anno di Hieronymus Bosch: da Hertogenbosch al Prado e ora al cinema (in Italia il 13 – 14 dicembre 2016)

The Art Spectator: Quando nel 2001 a Tom Rombouts, sindaco di ’s-Hertogenbosch — città dell’Olanda nota ai più come Den Bosch —, venne l’idea di «riportare a casa» il suo più illustre concittadino, Jeroen Anthoniszoon van Aken – noto ai più con il nome d’arte di Hieronymus Bosch –, la prima reazione fu un deciso scetticismo. Organizzare la mostra più completa sul pittore olandese, a cinquecento anni dalla morte, nella sua città natale, anzi a pochi passi dalla casa in cui Bosch visse, al Noordbrabants Museum, sembrava una missione impossibile. Den Bosch è una cittadina piccola, fuori dal circuito delle grandi mostre-evento e non ha certo un posizione nel «giro dei prestiti»: i grandi musei di Madrid, Venezia, New York, Londra e Parigi avrebbero dovuto prestare i loro capolavori senza ottenere alcuna opera in cambio. Così l’annuncio del Noordbrabants Museum sul bilancio di chiusura della mostra Jheronimus Bosch. Visions of genius ha il sapore della scommessa vinta oltre i pronostici: sono stati 421.700 i visitatori (dall’11 febbraio all’8 maggio), tre volte tanto gli abitanti della cittadina olandese (per avere un’idea, le mostre più visitate in Italia nel 2015, Biennale esclusa, sono state quelle di van Gogh e Chagall, a Milano e nell’anno di Expo, con 355 mila e 340 mila visitatori). Già a fine marzo la mostra era sold-out, il museo negli ultimi giorni ha esteso l’orario di apertura fino all’una di notte. Quasi un biglietto su 4 (il 23%) è stato venduto all’estero: gli acquisti online hanno toccato 81 paesi.

In quella che il britannico «The Guardian» ha definito «una delle più importanti mostre del secolo» erano presenti 17 dei 24 dipinti (dal Carro di fieno, dal Prado, alla Nave dei folli, dal Louvre, alle Visioni dell’Aldilà, da Palazzo Grimani di Venezia) e 19 dei 20 disegni attribuiti a Bosch. Come è stato possibile? La chiave è stata la fondazione, nel 2006, del Bosch Research and Conservation Project, il progetto di ricerca e conservazione che ha convinto i grandi musei a partecipare. Ne sono venute grandi e piccole scoperte, tra cui un Bosch inedito conservato in un museo di Kansas City attribuito ora all’artista: la Tentazione di Sant’Antonio vede il santo circondato da un essere bizzarro con la testa di imbuto e un coltello in mano e altre creature dell’immaginario di Bosch. Una decina di lavori sono stati restaurati. Dieci anni di studio, però, non hanno tolto l’alone di mistero a un artista di cui ancora si sa pochissimo. Si sa che non ha mai ha lasciato il paese natale (e non poteva quindi che essere celebrato qui questo anniversario). Che le sue eccentriche e fantastiche figure — che mostrano un mondo dove il regolare svolgimento della natura è sovvertito, proponendo figure iconografiche e una varietà cromatica raramente apparse sino a quel momento — hanno influenzato gli artisti di epoche moderne (era molto amato dai surrealisti). E che, toccando i temi fondamentali — lo scorrere del tempo, i peccati e le sue ipotetiche infernali conseguenze — riesce ancora a creare ammirazione, curiosità e code davanti ai suoi quadri.

Dopo il grande successo nella sua città natale e la grande mostra al Prado dove, dal 31 maggio al 25 settembre 2016, è stato possibile ammirare i più grandi capolavori dell’artista tra i quali, ospite d’onore, è stato il trittico de Il Giardino delle Delizie, ora l’artista più visionario dell’arte antica approda al cinema.

Perchè, sì: il cinema può diventare l’appendice di un museo quando la cinematografia si pone al servizio dell’arte per avvicinare il grande pubblico al fantastico mondo di uno dei pittori più enigmatici di tutti i tempi.

l documentario El Bosco. Il giardino dei sogni è un magnifico esempio di divulgazione culturale, un’ennesima iniziativa di successo del Museo del Prado, che per celebrare degnamente il quinto centenario di Hieronymus Bosch non solo ha organizzato una splendida mostra (la prima in Spagna, in corso fino a settembre), ma ha scelto di raccontare una sola opera, il trittico del Giardino delle delizie, con i più sofisticati mezzi audiovisivi.

In Italia la pellicola, che ha come titolo “Il curioso mondo di Hieronymus Bosch”, sarà proiettata il 13 e 14 dicembre e già i posti sono in esaurimento. Magia di un’arte che trova nella tecnologia un’alleata per proseguire il proprio immortale viaggio.

DA LEIDEN A BOLOGNA: I CAPOLAVORI DELL’ANTICO EGITTO

EGITTO. SPLENDORE MILLENARIO CAPOLAVORI DA LEIDEN A BOLOGNA
The Art Spectator: La collezione egiziana del Museo Nazionale di Antichità di Leiden in Olanda e quella di Bologna si uniscono integrandosi in un percorso espositivo di circa 1.700 metri quadrati di arte e storia.
La mostra Egitto. Splendore millenario. Capolavori da Leiden a Bologna è  un’ esposizione di fortissimo impatto visivo e scientifico e anche un’operazione che non ha precedenti nel panorama internazionale: la collezione egiziana del Museo Nazionale di Antichità di Leiden in Olanda – una delle prime dieci al mondo – e quella di Bologna – tra le prime in Italia per numero, qualità e stato conservativo dei suoi oggetti- danno vita a un percorso espositivo di circa 1.700 metri quadrati di arte e storia.
Dall’Olanda giungeranno 500 reperti, databili dal Periodo Predinastico all’ Epoca Romana e importanti prestiti giungeranno dal Museo Egizio di Torino e dal Museo Egizio di Firenze.
Per la prima volta saranno esposti i capolavori delle due collezioni, tra cui: la Stele di Aku (XII-XIII Dinastia, 1976-1648 a.C.), il “maggiordomo della divina offerta”; gli ori attribuiti al generale Djehuty, che condusse vittoriose le truppe egiziane nel Vicino Oriente per il faraone Thutmose III (1479-1425 a.C.); le statue di Maya, Sovrintendente al tesoro reale di Tutankhamon, e Meryt, cantrice di Amon, (XVIII dinastia, regni di Tutankhamon-Horemheb, 1333-1292 a.C.), massimi capolavori del Museo Nazionale di Antichità di Leiden, che lasceranno per la prima volta l’Olanda.
Tra i numerosi oggetti che testimoniano il raffinatissimo stile di vita degli Egiziani più facoltosi, un Manico di specchio (1292 a.C.) dalle sembianze di una giovane fanciulla con in mano un uccellino.
Infine, per la prima volta dopo 200 anni dalla riscoperta a Saqqara della sua tomba, la mostra offre l’occasione unica e irripetibile di vedere ricongiunti i più importanti rilievi di Horemheb, comandante in capo dell’esercito egiziano al tempo di Tutankhamon e poi ultimo sovrano della XVIII dinastia, dal 1319 al 1292 a.C.
Dal 16 ottobre 2015  al 17 luglio 2016
Luogo: Bologna, Museo Civico Archeologico

PIERO DELLA FRANCESCA, IL MONARCA DELLA PITTURA

The Art Spectator: un’affascinante rispecchiamento tra critica e arte, tra ricerca storiografica e produzione artistica nell’arco di più di cinque secoli è il tema della mostra Piero della Francesca. Indagine su un mito. Dalla fortuna in vita – Luca Pacioli lo aveva definito “il monarca della pittura” – all’oblio, alla riscoperta.

Alcuni dipinti di Piero, scelti per tracciare i termini della sua riscoperta, costituiscono il cuore dell’esposizione. Accanto ad essi figurano in mostra opere dei più grandi artisti del Rinascimento che consentono di definirne la formazione e poi il ruolo sulla pittura successiva.
Per illustrare la cultura pittorica fiorentina negli anni trenta e quaranta del Quattrocento, che vedono il pittore di Sansepolcro muovere i primi passi in campo artistico, saranno presenti opere di grande prestigio di Domenico Veneziano, Beato Angelico, Paolo Uccello e Andrea del Castagno, esponenti di punta della pittura post-masaccesca.
L’accuratezza prospettica di Paolo Uccello e l’enfasi plastica delle figure di Andrea del Castagno, la naturalezza della luce di Domenico Veneziano, l’incanto cromatico perseguito da Masolino e dall’Angelico, costituiscono una salda base di partenza per il giovane Piero. Ma la mostra vuol dar conto anche dei primi riflessi della pittura fiamminga, da cogliere negli affreschi del portoghese Giovanni di Consalvo, nei quali l’esattezza della costruzione prospettica convive con un’inedita attenzione per le luci e le ombre.
Gli spostamenti dell’artista tra Modena, Bologna, Rimini, Ferrara e Ancona determinano l’affermarsi di una cultura pierfrancescana nelle opere di artisti emiliani come Marco Zoppo, Francesco del Cossa, Cristoforo da Lendinara, Bartolomeo Bonascia. Importanti sono i suoi  influssi nelle Marche su Giovanni Angelo d’Antonio da Camerino e Nicola di Maestro Antonio; in Toscana, con Bartolomeo della Gatta e Luca Signorelli; e a Roma, con Melozzo da Forlì e Antoniazzo Romano. Ma l’importanza del ruolo di Piero è stata colta anche a Venezia, dove Giovanni Bellini e Antonello da Messina mostrano di essere venuti a conoscenza del suo mondo espressivo.
La mostra, aperta dal confronto, sempre citato ma fin’ora mai mostrato, tra la Madonna della Misericordia di Piero della Francesca e la Silvana Cenni di Felice Casorati, da conto della nascita moderna del suo “mito” anche attraverso gli scritti dei suoi principali interpreti: da Bernard Berenson a Roberto Longhi.
La riscoperta ottocentesca di Piero della Francesca e affidata a importanti testimonianze: dai disegni di Johann Anton Ramboux alle straordinarie copie a grandezza naturale del ciclo di Arezzo eseguite da Charles Loyeux, fino alla fondamentale riscoperta inglese del primo Novecento, legata in particolare a Roger Fry, Duncan Grant e al Gruppo di Bloomsbury, di cui fece parte anche la scrittrice Virginia Woolf.
Il fascino degli affreschi di Arezzo sembra avvertirsi nella nuova solidità geometrica e nel ritmo spaziale di Edgar Degas. Un simile percorso di assimilazione lo si ritrova in pittori sperimentali e d’avanguardia come i Macchiaioli. Echi pierfrancescani risuonano in Seurat e Signac, nei percorsi del postimpressionismo, tra gli ultimi bagliori puristi di Puvis de Chavannes, le sperimentazioni metafisiche di Odilon Redon e, soprattutto, le vedute geometriche di Cézanne.
Il Novecento è per più aspetti il “secolo di Piero”: per il costante incremento portato allo studio della sua opera, affascinante quanto misteriosa; e per la centralità che gli viene riconosciuta nel panorama del Rinascimento italiano. Contemporaneamente la sua opera è tenuta come modello da pittori che ne apprezzano di volta in volta l’astratto rigore formale e la norma geometrica, o l’incanto di una pittura rarefatta e sospesa, pronta a caricarsi di inquietanti significati. La fortuna novecentesca dell’artista è raccontata confrontando, tra gli altri, gli italiani Guidi, Carrà, Donghi, De Chirico, Casorati, Morandi, Funi, Campigli, Ferrazzi, Sironi con fondamentali artisti stranieri come Balthus e Hopper che hanno consegnato l’eredità di Piero alla piena e universale modernità.

A Palazzo Ducale di Genova il successo dei Capolavori del Detroit Institute of Arts

The Art Spectator: Nel 1880, uno dei fondatori del Metropolitan Museum spronava i suoi connazionali americani a “convertire la carne di maiale in porcellane, il grano e i derivati in ceramiche preziose, le pietre grezze in sculture in marmo, le partecipazioni alle linee ferroviarie e i proventi dell’industria estrattiva nelle gloriose tele dei maestri più importanti del mondo”.
Nasce la straordinaria avventura culturale e imprenditoriale del collezionismo statunitense: un inimitabile scambio tra pubblico e privato, uno scenario del tutto nuovo per il mercato dell’arte internazionale, che porta alla creazione e al rapido sviluppo di grandi musei, considerati strategici per la crescita culturale dell’interna nazione.

Con tipico spirito americano, nel giro di pochi decenni, a cavallo del Novecento, si assiste a una vera e propria competizione per la formazione delle raccolte più complete, per l’acquisizione di opere-chiave, per la scoperta e la valorizzazione di artisti antichi e moderni. La scintillante Parigi della Belle Époque è il punto di riferimento principale, ma i collezionisti, i galleristi, gli antiquari, le case d’aste, i direttori dei musei americani sono impegnati in una continua corsa sostenuta non solo da ingenti risorse economiche, ma anche da un gusto aperto, libero da pregiudizi. E’ noto, ad esempio, che pittori come gli impressionisti o lo stesso Matisse sono stati apprezzati e acquistati prima da collezionisti americani (e russi), e solo in seguito apprezzati anche in Europa!

Detroit è una delle capitali economiche degli Stati Uniti, storico centro dell’industria automobilistica, tanto da essere soprannominata “Motor City”: il Detroit Institute of Arts, fondato nel 1885 e più volte ampliato e rinnovato nel corso dei suoi 130 anni di storia, è da sempre l’epicentro della gloria cittadina, in particolare quando, negli anni del boom economico, le fabbriche cittadine rappresentavano la locomotiva dell’industria americana. Già nei primi decenni del ‘900 il museo di Detroit era considerato l’avamposto e la principale via di accesso delle avanguardie europee negli Stati Uniti.
Oltre a poter contare sulle solide basi del mecenatismo degli industriali, il museo ha potuto contare su una risorsa che lo contraddistingue rispetto ai musei sorti in altre città degli Stati Uniti. Per oltre vent’anni (1924-1945), il Detroit Institute of Arts è stato diretto dallo storico dell’arte tedesco William Valentiner. Grazie a lui, il museo si è aperto a nuovi orizzonti: il gusto e l’esperienza di Valentiner porta a Detroit i primi Van Gogh e Matisse esposti nei musei americani, e la competenza specifica sull’espressionismo tedesco, perfino l’amicizia personale con alcuni artisti, consente scelte di altissimo livello anche in questo campo. Sotto la direzione di Valentiner, il museo ha radicalmente rinnovato la propria sede, e, nel 1937, è stato anche decorato in modo superbo da un ciclo di dipinti murali di Diego Rivera. Un’altra figura di straordinaria importanza è quella di Robert H. Tannahill, che ha lasciato numerose opere d’arte (metà dei dipinti esposti in mostra appartengono alla sua donazione) e un ingente fondo per il costante accrescimento delle collezioni. Grazie alla convergenza tra il mecenatismo dei privati, fra cui va ricordata anche la famiglia Ford, e la lungimirante direzione, il Detroit Insitute of Arts è dunque saldamente collocato tra i massimi musei degli Stati Uniti.

Le opere che saranno a lungo esposte nello splendido Appartamento del Doge ripercorrono il tragitto all’inverso che da Detroit porta al Vecchio Continente. La ricchezza della collezione di arte europea tra XIXX e XX secolo è data dalla sua completezza e dalla molteplicità dei linguaggi: un dialogo che coinvolge Van Gogh, Matisse, Monet, Modigliani, Degas, Monet, Manet, Courbet, Otto Dix, Degas, Picasso, Gauguin, Kandinsky, Cézanne, Renoir. Per la presenza di tutti i protagonisti, e per l’importanza delle opere, è possibile tracciare l’intera vicenda dell’arte europea dall’impressionismo alle avanguardie.

Il percorso della mostra è costantemente accompagnato da supporti didattici che inseriscono dipinti, artisti e movimenti nella dinamica storica di cinquanta anni densi di capolavori, organizzati secondo un criterio cronologico.
Si comincia con la grande sala in cui si racconta la nascita del movimento, dell’idea che ha cambiato per sempre la storia della pittura: l’impressionismo.
La volontà di aprirsi alla luce libera della natura è una conquista che passa attraverso il realismo intenso di Courbet (Bagnante addormentata presso un ruscello) e le opere piacevolmente narrative di pittori “alla moda” come Gervex e Carolus-Durand, per approdare alla gloria del colore di un capolavoro di Monet, i radiosi Gladioli databili intorno al 1876. Altrettanto significativo è il luminoso Sentiero di Camille Pissarro, che costituisce un autonomo, libero sviluppo dell’impressionismo, riflesso in un ampio paesaggio di campagna. Significativa è la presenza di tre opere affascinanti di Renoir, a cominciare dalla Donna in poltrona che coincide con la prima mostra dell’Impressionismo (1874), per giungere a due opere della tarda maturità, ormai dopo la svolta dell’anno 1900.

Uno spazio autonomo, quasi una vera “mostra nella mostra”, è dedicato alla figura di Edgar Degas, di cui sono presenti cinque tele, in cui sono sviluppati tutti i temi fondamentali del grande pittore parigino: il ritratto, i cavalli, le inconfondibili ballerine. In ciascuna di queste tele si riconosce la grande perspicacia del disegno, con cui Degas fissa espressioni, gesti, sentimenti, con un percorso che è parallelo a quello degli impressionisti, ma anche di una grande, nobile autonomia.
Segue, subito dopo, un altro spazio monografico, quello che raccoglie quattro straordinari dipinti di Paul Cézanne. Anche in questo caso, le collezioni del museo di Detroit comprendono tutti i campi di ricerca del pittore: la figura umana, il paesaggio provenzale nei dintorni di Aix (con una delle ultime versioni della prediletta Montagna Sainte Victoire), la natura morta, le Bagnanti nel bosco. All’opposto di Van Gogh, Cézanne non si lascia travolgere dai sentimenti, ma ritorna più volte sugli stessi soggetti, indagandone con pazienza la forma, e combinando il colore luminoso degli impressionisti con una rigorosa logica geometrica ben radicata nella tradizione.

La sala più grande della mostra affronta uno dei temi più delicati e significativo dell’arte di fine Ottocento: il superamento dell’impressionismo, e l’aprirsi di nuovi orizzonti. La figura-chiave è quella di Vincent Van Gogh, che trasferendosi in Francia “scopre” la luce, e rispecchia una vicenda umana esaltante ma terribilmente sofferta in pennellate cariche di materia e di espressione. La Riva della Oise ad Auvers, del 1890, è un capolavoro che si impone per la esplosiva carica del colore, ma anche per le dimensioni significative. Indimenticabile è poi l’Autoritratto con il cappello di paglia (1887), un’esplosione di colore e di emozione, ma anche un primato assoluto: questa è la prima opera di Van Gogh esposta in un museo degli Stati Uniti. Immediato e molto intenso è il confronto con l’Autoritratto di Paul Gauguin (1893), meditabondo e un po’ sornione.
Alle dinamiche del postimpressionismo partecipano Pierre Bonnard, con l’incantevole Donna con un cane, e l’originalissimo Odilon Redon, la cui Evocazione di farfalle è uno dei dipinti più suggestivi e sorprendenti di tutta la mostra.

All’aprirsi del Novecento, Parigi si conferma il centro delle arti e della cultura. I pittori internazionali convergono sulle due leggere alture di Montmartre e di Montparnasse, alle estremità opposte rispetto al centro della Ville Lumiére. Prendono corpo gruppi e avanguardie, ma nel suo insieme si parla di una École de Paris, la “scuola parigina”. Uno dei massimi protagonisti è Henri Matisse, qui presente con tre opere memorabili, fra cui l’indimenticabile Finestra (1916), in cui un classico interno borghese viene scomposto in una serie di forme, tra la penombra e la piena luce. Appassionante è il dialogo con i tre ritratti (uno femminile e due maschili) di Amedeo Modigliani, il raffinato livornese, maestro indiscusso della linea, capace di evocare sentimenti segreti, con una intensità struggente. Le tele dei francesi Dufy e Rouault e del bielorusso Soutine confermano la spiccata internazionalità del contesto artistico parigino nei primi due decenni del XX secolo.

Il gruppo di capolavori delle avanguardie tedesche presenti a Detroit è senza paragoni nei musei nordamericani. Questa parte della mostra è quasi fisicamente dominata dall’Autoritratto di un ancora giovanissimo Otto Dix (1912), impressionante per la fermezza grafica e l’espressione decisa. Accanto ad artisti di spiccata autonomia, come Nolde (Girasoli) e Kokoshka (davvero spettacolari le due vedute di Dresda e di Gerusalemme), troviamo i protagonisti delle diverse tendenze in cui si articola il movimento espressionista in Germania. Il “Ponte”, con gli elettrizzanti Paesaggi di Kirchner e di Schmidt Rottluff, e le figure inquiete di Heckel e Pechstein; la “Nuova oggettività” di Beckmann; e infine la svolta geniale verso l’astrattismo, carico di colore e di emozione, impressa da Kandinsky, con il precoce Studio per quadro con forma bianca, del 1913.

La sala monografica dedicata a Pablo Picasso presenta sei tele, in un percorso che attraversa in pratica l’intera vicenda dell’arte del Novecento, dalla giovanile Testa di Arlecchino (1905) fino alla magmatica Donna seduta, dipinta nel 1960, quando Picasso era ormai alle soglie degli ottant’anni. Da un capolavoro all’altro, si seguono le svolte, gli scatti geniali, il continuo dinamismo mentale del grande pittore spagnolo. Si parte dal periodo blu, ancora legato alle lezioni accademiche, e con il Ritratto di Manuel Pallarés (1909) ci si ritrova sulle soglie della scomposizione cubista, una indagine sulle forme che si ispira chiaramente a Cézanne; la natura morta intitolata La bottiglia di Anìs del Mono (1915) è una evoluzione di questa ricerca, con gli oggetti disposti liberamente nello spazio, riconducibili alle sagome e alle materie essenziali. Sorprendente è il passaggio successivo, il “classicismo” dei primi anni Venti, conseguenza di un viaggio in Italia: il grande ritratto di Donna seduta in poltrona ne è un esempio di formidabile intensità e importanza. La ragazza che legge (1938) ci porta poi nel clima stilistico di Guernica (dipinta l’anno prima), con l’espressiva deformazione di visi e mani, pur senza perdere la forza intima del personaggio.

NEL 2016 L’ESPOSIZIONE DE LA TRIENNALE DI MILANO NEGLI SPAZI DI EXPO. UN FUTURO PER LA RICERCA SCIENTIFICA E L’ AVANGUARDIA

The Art Spectator: Atenei, centri di ricerca, imprese ecco a cosa sarà destinata l’area expo. A quattro mesi dalla chiusur del grande evento mondiale sono chiamate al banco di prova le eccellenze italiane della ricerca.

L’idea, raccontata negli scorsi giorni durante la conferenza stampa ufficiale, è di costruire un campus con un polo universitario e della ricerca avanzata e dell’informatica che prenda il posto delle palazzine delle facoltà di Fisica, Veterinaria, Agraria, Chimica, Scienze e Informatica a Città studi. Un trasloco di 18mila persone tra studenti e professori che a Rho-Pero troverebbero impianti sportivi, auditorium e residenze su una superficie complessiva di 200mila metri quadrati. Un intervento trova d’accordo anche il presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca che della Mobility Conference ha chiesto a Comune e Regione di «accelerare i tempi», rilanciando la proposta di realizzare a fianco della cittadella universitaria una Silicon valley per favorire la piccola e media impresa.

L’entusiasmo del governo e delle amministrazioni regionale e cittadina per questa nuova destinazione d’usoè stato accompagnato da toni entusiasti : «Milano ha la responsabilità morale di cambiare l’Italia» e ci si sbilancia parecchio annunciando che «i soldi sono pronti, ci sono le autorizzazioni, il progetto ha i talenti e le energie migliori».

E’ già dal 2016 gli spazi di Expo torneranno a vivere di design e avanguardia artistica grazie a La Triennale di Milano che da aprile celebrerà, proprio in due ex padiglioni di Expo, un grande ritorno milanese dopo vent’anni d’attesa: dal 2 aprile al 12 settembre 2016, l‘Esposizione Internazionale della Triennale di Milano. La manifestazione, nata a Monza nel 1923 e trasferita a Milano nel 1933, porterà in città per sei mesi un fitto programma di eventi legati all’arte (ma non solo) tra cui oltre 20 mostre, festival e convegni, talk che vedono come scenari numerose location cittadine. Il tema su cui si indaga sotto molteplici aspetti è ampio e ad ampia possibilità di interpretazione: Design after design.

UN RUBENS SOTTO L’ALBERO DEI MILANESI

palazzo-marinoThe Art Spectator: Un Natale glorioso, pieno di forza e di colore, un Natale rubensiano. Ecco il regalo che quest’anno il Comune, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, farà ai milanesi: un’enorme “Adorazione dei pastori” firmata Pieter Paul Rubens (nato a Siegen, in Westfalia, nel 1577 e morto nella “sua” Anversa nel 1640). La tela arriverà a Palazzo Marino il 3 dicembre e sarà visitabile, gratuitamente, fino al 10 gennaio. Si tratta del solito appuntamento natalizio inaugurato nel 2008 e diventato ormai una tradizione: negli ultimi sette anni dalla Sala Alessi sono passate opere di Caravaggio, Raffaello, Canova e Francois Gérard, Tiziano, Leonardo, Georges de La Tour, capolavori prestati da istituzioni come il Louvre, il Museo delle Belle Arti di Budapest e i Musei Vaticani. Quest’anno lo scambio, perché di questo si tratterà, sarà con una meno internazionale ma comunque preziosa Pinacoteca Civica marchigiana, quella di Fermo (dove l’estate prossima verrà esposta un’opera prestata dalle collezioni milanesi). Oggi è conservata qui la grandiosa tela che Rubens realizzò per la Chiesa di San Filippo Neri, sempre a Fermo, nel 1608. Commissionata dal Padre superiore degli oratoriani della città e pagata duecento scudi, l’opera prese vita in pochissimi mesi, da una fitta corrispondenza dell’epoca si sa che l’artista cominciò a lavorare il 1* aprile e finì all’inizio di giugno. Una velocità di esecuzione non nuova per il maestro (Rubens amava lavorare in tempi stretti, quasi travolto dall’ispirazione e dalla passione), ma in questo caso particolarmente felice: l’immediatezza della scena, la sua forza narrativa, la coerenza sono sicuramente frutto di un lavoro nato d’istinto, fatto di poche correzioni e nessun ripensamento. La struttura del dipinto ricorda un’Adorazione di Correggio, ma solo nell’impianto stilistico (la posizione delle figure, la gloria degli angeli), perché il resto, il movimento, lo stupore, la fisicità dei personaggi, è tutto rubensiano. Un mix perfetto di rigore classico, ispirazione rinascimentale e impeto barocco: ecco allora il giovane pastore vestito di rosso che diventa un eroe omerico, fiero nella postura, perfetto nella muscolatura; la Madonna, carnosa e marmorea, con il volto da Niobe; e gli angeli, incombenti, quasi in picchiata sul Bambino, unica fonte di luce di tutto il dipinto. Una scena che si porta dietro le lezioni di Caravaggio, Tintoretto, Tiziano, artisti che Rubens imparò a conoscere nel suo soggiorno italiano, e che sarà fonte d’ispirazione per i fiamminghi e il barocco, il loro e il nostro.

  • Palazzo Marino

    Piazza della Scala 2, Milano
    dal 03/12/2015 al 10/01/2016
    di Lunedì, Martedì, Mercoledì, Venerdì, Sabato, Domenica dalle 9:30 alle 20:00

  • dal 03/12/2015 al 10/01/2016
    di Giovedì dalle 9:30 alle 22:30