L’anno di Hieronymus Bosch: da Hertogenbosch al Prado e ora al cinema (in Italia il 13 – 14 dicembre 2016)

The Art Spectator: Quando nel 2001 a Tom Rombouts, sindaco di ’s-Hertogenbosch — città dell’Olanda nota ai più come Den Bosch —, venne l’idea di «riportare a casa» il suo più illustre concittadino, Jeroen Anthoniszoon van Aken – noto ai più con il nome d’arte di Hieronymus Bosch –, la prima reazione fu un deciso scetticismo. Organizzare la mostra più completa sul pittore olandese, a cinquecento anni dalla morte, nella sua città natale, anzi a pochi passi dalla casa in cui Bosch visse, al Noordbrabants Museum, sembrava una missione impossibile. Den Bosch è una cittadina piccola, fuori dal circuito delle grandi mostre-evento e non ha certo un posizione nel «giro dei prestiti»: i grandi musei di Madrid, Venezia, New York, Londra e Parigi avrebbero dovuto prestare i loro capolavori senza ottenere alcuna opera in cambio. Così l’annuncio del Noordbrabants Museum sul bilancio di chiusura della mostra Jheronimus Bosch. Visions of genius ha il sapore della scommessa vinta oltre i pronostici: sono stati 421.700 i visitatori (dall’11 febbraio all’8 maggio), tre volte tanto gli abitanti della cittadina olandese (per avere un’idea, le mostre più visitate in Italia nel 2015, Biennale esclusa, sono state quelle di van Gogh e Chagall, a Milano e nell’anno di Expo, con 355 mila e 340 mila visitatori). Già a fine marzo la mostra era sold-out, il museo negli ultimi giorni ha esteso l’orario di apertura fino all’una di notte. Quasi un biglietto su 4 (il 23%) è stato venduto all’estero: gli acquisti online hanno toccato 81 paesi.

In quella che il britannico «The Guardian» ha definito «una delle più importanti mostre del secolo» erano presenti 17 dei 24 dipinti (dal Carro di fieno, dal Prado, alla Nave dei folli, dal Louvre, alle Visioni dell’Aldilà, da Palazzo Grimani di Venezia) e 19 dei 20 disegni attribuiti a Bosch. Come è stato possibile? La chiave è stata la fondazione, nel 2006, del Bosch Research and Conservation Project, il progetto di ricerca e conservazione che ha convinto i grandi musei a partecipare. Ne sono venute grandi e piccole scoperte, tra cui un Bosch inedito conservato in un museo di Kansas City attribuito ora all’artista: la Tentazione di Sant’Antonio vede il santo circondato da un essere bizzarro con la testa di imbuto e un coltello in mano e altre creature dell’immaginario di Bosch. Una decina di lavori sono stati restaurati. Dieci anni di studio, però, non hanno tolto l’alone di mistero a un artista di cui ancora si sa pochissimo. Si sa che non ha mai ha lasciato il paese natale (e non poteva quindi che essere celebrato qui questo anniversario). Che le sue eccentriche e fantastiche figure — che mostrano un mondo dove il regolare svolgimento della natura è sovvertito, proponendo figure iconografiche e una varietà cromatica raramente apparse sino a quel momento — hanno influenzato gli artisti di epoche moderne (era molto amato dai surrealisti). E che, toccando i temi fondamentali — lo scorrere del tempo, i peccati e le sue ipotetiche infernali conseguenze — riesce ancora a creare ammirazione, curiosità e code davanti ai suoi quadri.

Dopo il grande successo nella sua città natale e la grande mostra al Prado dove, dal 31 maggio al 25 settembre 2016, è stato possibile ammirare i più grandi capolavori dell’artista tra i quali, ospite d’onore, è stato il trittico de Il Giardino delle Delizie, ora l’artista più visionario dell’arte antica approda al cinema.

Perchè, sì: il cinema può diventare l’appendice di un museo quando la cinematografia si pone al servizio dell’arte per avvicinare il grande pubblico al fantastico mondo di uno dei pittori più enigmatici di tutti i tempi.

l documentario El Bosco. Il giardino dei sogni è un magnifico esempio di divulgazione culturale, un’ennesima iniziativa di successo del Museo del Prado, che per celebrare degnamente il quinto centenario di Hieronymus Bosch non solo ha organizzato una splendida mostra (la prima in Spagna, in corso fino a settembre), ma ha scelto di raccontare una sola opera, il trittico del Giardino delle delizie, con i più sofisticati mezzi audiovisivi.

In Italia la pellicola, che ha come titolo “Il curioso mondo di Hieronymus Bosch”, sarà proiettata il 13 e 14 dicembre e già i posti sono in esaurimento. Magia di un’arte che trova nella tecnologia un’alleata per proseguire il proprio immortale viaggio.

NEL 2016 L’ESPOSIZIONE DE LA TRIENNALE DI MILANO NEGLI SPAZI DI EXPO. UN FUTURO PER LA RICERCA SCIENTIFICA E L’ AVANGUARDIA

The Art Spectator: Atenei, centri di ricerca, imprese ecco a cosa sarà destinata l’area expo. A quattro mesi dalla chiusur del grande evento mondiale sono chiamate al banco di prova le eccellenze italiane della ricerca.

L’idea, raccontata negli scorsi giorni durante la conferenza stampa ufficiale, è di costruire un campus con un polo universitario e della ricerca avanzata e dell’informatica che prenda il posto delle palazzine delle facoltà di Fisica, Veterinaria, Agraria, Chimica, Scienze e Informatica a Città studi. Un trasloco di 18mila persone tra studenti e professori che a Rho-Pero troverebbero impianti sportivi, auditorium e residenze su una superficie complessiva di 200mila metri quadrati. Un intervento trova d’accordo anche il presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca che della Mobility Conference ha chiesto a Comune e Regione di «accelerare i tempi», rilanciando la proposta di realizzare a fianco della cittadella universitaria una Silicon valley per favorire la piccola e media impresa.

L’entusiasmo del governo e delle amministrazioni regionale e cittadina per questa nuova destinazione d’usoè stato accompagnato da toni entusiasti : «Milano ha la responsabilità morale di cambiare l’Italia» e ci si sbilancia parecchio annunciando che «i soldi sono pronti, ci sono le autorizzazioni, il progetto ha i talenti e le energie migliori».

E’ già dal 2016 gli spazi di Expo torneranno a vivere di design e avanguardia artistica grazie a La Triennale di Milano che da aprile celebrerà, proprio in due ex padiglioni di Expo, un grande ritorno milanese dopo vent’anni d’attesa: dal 2 aprile al 12 settembre 2016, l‘Esposizione Internazionale della Triennale di Milano. La manifestazione, nata a Monza nel 1923 e trasferita a Milano nel 1933, porterà in città per sei mesi un fitto programma di eventi legati all’arte (ma non solo) tra cui oltre 20 mostre, festival e convegni, talk che vedono come scenari numerose location cittadine. Il tema su cui si indaga sotto molteplici aspetti è ampio e ad ampia possibilità di interpretazione: Design after design.

LA NUOVA METAMORFOSI DI DAMIEN HIRST

 

Damien Hirst in front of his work I Am Become Death, Shatterer of Worlds

The Art Spectator: ogni spazio espositivo ha un’anima che lo contraddistingue per le scelte artistiche, per lo stile degli allestimenti e si fa conoscere attraverso gli artisti supportati. Non succede spesso che, nel momento dell’apertura di un nuovo spazio, a richiamare l’attenzione del pubblico non sia tanto il nome del pur celebre artista esposto – in questo caso il britannico John Hoyland – ma piuttosto la mente ed il corpo dietro al progetto; Damien Hirst, uno degli artisti viventi più famosi e quotati non solo nel suo paese natale, il Regno Unito, ma in tutto il mondo.

Ed è proprio a Londra, che Hirst ha deciso di mettersi alla prova come promotore di arte contemporanea emergente, inaugurando la Newport Street Gallery nel quartiere di Lambeth, a sud del Tamigi ed in linea d’aria proprio sulla direttrice che conduce alla Tate Modern.

Alla Newport Street Gallery il pubblico avrà l’occasione di ammirare sia mostre temporanee sia una grandiosa permanente, la Murderme Collection, espressione del genio imprenditoriale ed artistico di Hirst tanto quanto lo sono le sue stesse opere. Si tratta infatti di una collezione che egli ha costituito in circa 25 anni, scambiando le sue opere con quelle di artisti che facevano parte con lui del gruppo dei Young British Artists.

Frutto di questo lungimirante baratto sono oltre tremila pezzi firmati: Bacon, Banksy, Tracey Emin, Richard Hamilton, Sarah Lucas, senza contare le opere acquisite da Hirst, realizzate da giovani emergenti come da grandi maestri del calibro di Picasso e Jeff Koons. Alla collezione si aggiunge una raccolta di oggetti cari all’artista, quali modelli di anatomia, animali imbalsamati, manufatti indigeni e altre mirabilia, fonte di ispirazione irrinunciabile per le proprie opere passate e ancora per quelle future.

Anche la Newport Street Gallery è una sua opera: si suddivide in cinque edifici progettati dagli architetti Caruso St John dei quali, tre di età vittoriana, sono stati restaurati ed adattati per poter ospitare grandi installazioni; gli altri due efici costruiti ex novo, sono completamente indediti.

Ad inaugurare questi ampi spazi è la mostra John Hoyland: Power Stations (Paintings 1964–1982), una grande retrospettiva dedicata ad uno dei principali pittori inglesi della sua generazione, conosciuto soprattutto per la pittura astratta. Nato nel 1934, a cominciare dagli anni Sessanta Hoyland iniziò ad imporre sulla scena artistica nazionale ed internazionale il suo utilizzo istintivo ma calibrato di colore, spazio e forma.

Una celebre affermazione di Hoyland spiega che secondo l’artista“I dipinti devono essere percepiti, sentiti… non devono essere spiegati, non devono essere capiti, dobbiamo riconoscerci in loro”.

Una prima mostra che ha un forte sapore programmatico e che sembra riassumete tutto il pensiero che ha spinto l’artista vivente più quotato al mondo a procedere nella sua strabiliante metamorfosi in gallerista.

UN RUBENS SOTTO L’ALBERO DEI MILANESI

palazzo-marinoThe Art Spectator: Un Natale glorioso, pieno di forza e di colore, un Natale rubensiano. Ecco il regalo che quest’anno il Comune, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, farà ai milanesi: un’enorme “Adorazione dei pastori” firmata Pieter Paul Rubens (nato a Siegen, in Westfalia, nel 1577 e morto nella “sua” Anversa nel 1640). La tela arriverà a Palazzo Marino il 3 dicembre e sarà visitabile, gratuitamente, fino al 10 gennaio. Si tratta del solito appuntamento natalizio inaugurato nel 2008 e diventato ormai una tradizione: negli ultimi sette anni dalla Sala Alessi sono passate opere di Caravaggio, Raffaello, Canova e Francois Gérard, Tiziano, Leonardo, Georges de La Tour, capolavori prestati da istituzioni come il Louvre, il Museo delle Belle Arti di Budapest e i Musei Vaticani. Quest’anno lo scambio, perché di questo si tratterà, sarà con una meno internazionale ma comunque preziosa Pinacoteca Civica marchigiana, quella di Fermo (dove l’estate prossima verrà esposta un’opera prestata dalle collezioni milanesi). Oggi è conservata qui la grandiosa tela che Rubens realizzò per la Chiesa di San Filippo Neri, sempre a Fermo, nel 1608. Commissionata dal Padre superiore degli oratoriani della città e pagata duecento scudi, l’opera prese vita in pochissimi mesi, da una fitta corrispondenza dell’epoca si sa che l’artista cominciò a lavorare il 1* aprile e finì all’inizio di giugno. Una velocità di esecuzione non nuova per il maestro (Rubens amava lavorare in tempi stretti, quasi travolto dall’ispirazione e dalla passione), ma in questo caso particolarmente felice: l’immediatezza della scena, la sua forza narrativa, la coerenza sono sicuramente frutto di un lavoro nato d’istinto, fatto di poche correzioni e nessun ripensamento. La struttura del dipinto ricorda un’Adorazione di Correggio, ma solo nell’impianto stilistico (la posizione delle figure, la gloria degli angeli), perché il resto, il movimento, lo stupore, la fisicità dei personaggi, è tutto rubensiano. Un mix perfetto di rigore classico, ispirazione rinascimentale e impeto barocco: ecco allora il giovane pastore vestito di rosso che diventa un eroe omerico, fiero nella postura, perfetto nella muscolatura; la Madonna, carnosa e marmorea, con il volto da Niobe; e gli angeli, incombenti, quasi in picchiata sul Bambino, unica fonte di luce di tutto il dipinto. Una scena che si porta dietro le lezioni di Caravaggio, Tintoretto, Tiziano, artisti che Rubens imparò a conoscere nel suo soggiorno italiano, e che sarà fonte d’ispirazione per i fiamminghi e il barocco, il loro e il nostro.

  • Palazzo Marino

    Piazza della Scala 2, Milano
    dal 03/12/2015 al 10/01/2016
    di Lunedì, Martedì, Mercoledì, Venerdì, Sabato, Domenica dalle 9:30 alle 20:00

  • dal 03/12/2015 al 10/01/2016
    di Giovedì dalle 9:30 alle 22:30

UN TEDESCO A CAPO DEGLI UFFIZI

The Art Spectator: E’ il museo più visitato d’Italia con 1 milione e 936 mila presenze attestate nel 2014 e tra due mesi accoglierà ufficialmente il suo nuovo direttore Eike Schmidt.

Alla Notizia della nomina, Schmidt si è detto “felicissimo”: “Mi tremano ancora le mani. Nutrivo qualche speranza per la Galleria Borghese a Roma, gli Uffizi erano un sogno troppo grande. Ho vissuto e studiato a Firenze per sette anni, sono in debito con questa città e il mio cuore è sempre rimasto lì”.

Del direttore uscente Antonio Natali dice: “Lo conosco da quando sono venuto la prima volta a Firenze e poi siamo rimasti in contatto, ammiro molto il suo lavoro e per me è sempre stato una guida”.

Natali invece si sospende alla nascita qualsiasi polemica affermando: “Ho fatto quel che dovevo fare e ne sono orgoglioso, io non ho niente da rimproverarmi”.

Nato a Friburgo, in Brisgovia, Schmidt si è laureato in storia dell’arte medievale e moderna ad Heidelberg nel 1994. Nella stessa università ha conseguito con lode il dottorato di ricerca in storia dell’arte con una tesi su “La collezione medicea di sculture in avorio nel Cinque e Seicento”.

Schmidt ha lavorato e vissuto a lungo a Firenze, dove dal 1994 al 2001 è stato borsista e ricercatore presso il Deutsches Kunsthistorisches Institut, mentre nel 1997 ha vinto il premio Nicoletta Quinto della Fondazione premio internazionale Galileo Galilei di Pisa. All’inizio del nuovo millennio il trasferimento negli States: dal 2001 al 2006 è stato curatore e ricercatore nella National Gallery of Art di Washington; dal 2006 al 2008 curatore nel dipartimento di sculture e arti decorative del J. Paul Getty Museum di Los Angeles, mentre dal 2008 al 2009 ha lavorato a Londra da Sotheby’s come direttore e capo del dipartimento scultura e arti applicate europee.

Il Beato Angelico in mostra: A Venezia esposta la Madonna di Pontassieve

The Art Spectator: L635405 RMDF part testea Galleria di Palazzo Cini a San Vio accoglie un nuovo ospite illustre: la Madonna di Pontassieve di Beato Angelico (Vicchio di Mugello, 1395 ca. – Roma, 1455), capolavoro del grande pittore toscano, proveniente dalla Galleria degli Uffizi di Firenze, probabile scomparto centrale del perduto polittico realizzato per la città toscana (1435 circa).

La rassegna L’ospite a Palazzo, grazie a intese con importanti e prestigiose istituzioni italiane e internazionali, vede le sale della collezione permanente di Palazzo Cini accogliere periodicamente una speciale opera ‘ospite’, intrecciando relazioni visive, dialogiche e di contenuto con le altre opere della Galleria.

Il dipinto, arriva a Palazzo Cini il 17 giugno 2015 in concomitanza con l’apertura della mostra Piero di Cosimo. Pittore “fiorentino” eccentrico tra rinascimento e maniera (Firenze, 23 giugno – 27 settembre 2015) che vedrà esposti i due dipinti di Piero di Cosimo normalmente conservati in Galleria: la Madonna con Bambino e Angeli (recentemente esposta anche nella mostra Piero di Cosimo: The Poetry of Painting in Renaissance Florence alla National Gallery of Art di Washington) e la Sacra Famiglia con San Giovannino.

I grandi storici dell’arte della terra si ritrovano a Roma di fronte al Papa

Intervista a Tiziano Panconi, rappresentante italiano di “International Conference for Culture, Art and Peace”
Tiziano Panconi sul sagrato di San P

Tiziano Panconi

The Art Spectator: A Roma, di fronte al Santo Padre, il 27 maggio, si è riunito il più importante consesso mondiale di storici dell’arte della storia, ognuno in rappresentanza di una nazione e di quattro continenti diversi.

Due i delegati per la Confederazione Russa che raccoglie 22 Repubbliche e altrettanti per gli Stati Uniti d’America con i suoi 51 stati.

Queste le eccezionali personalità della delegazione di “International Conference for Culture, Art and Peace”: Sergej Androsov, specialista in arte europea presso Il Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo, Russia; John Azzopardi, specialista nella diffusione del culto paolino a Malta, direttore del Vignacourt Museum di Rabat, Malta; Mark Bell, specialista in investimenti d’arte, docente dell’Emory University Gouizueta Business School di Atlanta, USA; Oei Hong Djien, mecenate a sostegno dell’arte indonesina e patron dell’OHD Museum di Magelang, Indonesia; MarcoGrassi, specialista in conservazione di opere d’arte e consulente presso i più rinomati musei statunitensi come il Metropolitan di New York, USA; Sabine Haag, specialista in scultura del XV secolo XVII, direttore del Kunsthistorisches Museum di Vienna, Austria; Roman Kräussl, analista del mercato dell’arte internazionale, docente presso la School of Finance della University of Luxembourg, Lussemburgo; Anne Labourdette, specialista in storia delle collezioni museali e della loro tutela specialmente in caso di conflitti bellici, conservatrice del patrimonio nazionale Francese presso il Musée de la Chatreuse, Francia; Tiziano Panconi, specialista in pittura italiana del XIX secolo, direttore scientifico del Butterfly Institute Fine Art, Italia; Dimitrios Pandermalis, specialista in archeologia e arte antica, direttore dell’Akropolis Museum di Atene, Grecia; Antonio Filipe Pimentel, specialista in arte antica, direttore del Museo Nazionale di Arte Antica di Lisbona, Portogallo; Mikhail Borisoviĉ Piotrovskij, specialista in museologia e in arte antica orientale, direttore del Museo dell’Hermitage, San Pietroburgo, Russia; Ramin Salsali, mecenate in arte contemporanea e patron del Salsali Private Museum di Dubai, Emirati Arabi Uniti; John T. Spike, specialista in arte del Rinascimento e in arte contemporanea presso il Muscarelle Museum of Art di Williamsburg, USA; Timothy Standring, specialista in arte italiana del XVII secolo e nella pittura di Van Gogh, responsabile per le collezioni del Denver Art Museum, USA; Nina Torres, specialista in arte contemporanea del Sud America, Fondatrice e direttore esecutivo della Miami River Art Fair, USA; Juan Ignacio Vidarte, specialista in arte contemporanea, direttore del Guggenheim Museum di Bilbao, Spagna.  A rappresentare l’Italia Tiziano Panconi, ottocentista, 45 anni.

Tiziano Panconi e Dimitrios Pandermalis, direttore dell'Akopolis Museum di Atene

Tiziano Panconi e Dimitrios Pandermalis, direttore dell’Akropolis Museum di Atene

•Perché ottocentista?

-È una passione per così dire atavica, essendo cresciuto in un ambiente e in una casa di collezionisti e così fin da piccolo ho avuto la fortuna di poter vedere da vicino le opere degli artisti dell’800, amarle e riconoscerle.

•Quali artisti?

-Soprattutto i Macchiaioli, quindi Fattori, Signorini, Lega, Cabianca e poi Boldini.

•Perché Papa Francesco?

-Perché è la più alta entità morale del pianeta e in un’epoca connotata da tensioni e forti contrapposizioni ideologiche come la nostra è necessario un supplemento di impegno e aggiungerei di illuminazione per superare prima di tutto le barriere culturali.

•Allude all’Isis?

-Anche quel tipo di violenza è possibile grazie all’ignoranza, sopra la quale prolificano i più biechi indottrinamenti ideologici e religiosi di massa. Nessuna religione, ovviamente, prevede l’omicidio e il giustizialismo.

Quale è stato il messaggio del Papa?

-Come può immaginare quando si consegna un documento e specifico e eloquente come questo a un Papa non sono importanti le risposte immediate ma si raccoglie la testimonianza di una condivisione di principi. Questa partecipazione avviene attraverso una fitta progressione di relazioni diplomatiche e istituzionali, prima con la Prefettura Pontificia e poi attraverso l’incontro e il dialogo con il Pontefice che si è reso disponibile a essere depositario del Manifesto delle Nazioni.

•Quali sono gli argomenti trattati nel manifesto consegnato a Papa Francesco?

-Il “Manifesto delle Nazioni” è una esortazione ai governi e a tutti gli uomini e le donne di cultura del mondo, affinché i beni culturali siano assunti quale linguaggio universale per il dialogo fra i popoli.

•Cosa pensa del ministro dei beni culturali Franceschini?

-E’ arrivato al ministero in un momento difficile, nel quale la politica ha perso credibilità ed è quindi più debole ma ha compreso subito che il nemico è dentro casa, cioè la burocrazia, sulla quale purtroppo si regge tutto il sistema di governance dei beni culturali italiani. Sta attuando una importante riforma che, inevitabilmente con qualche insufficienza, segna una svolta fondamentale.

Tiziano Panconi al Quirinale

Tiziano Panconi nel corso della visita ufficiale al Quirinale

•Utilizza Twitter?

-No e nemmeno Facebook e non sono amante del telefonino sebbene lo usi molto. Sono un passionario della scrittura e comunico più facilmente via email.

•Qual è l’ultimo film che ha visto?

-The Avengers 2 con moglie e due figli piccoli.

•Bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno?

-Tutto pieno.

•Il problema principale dei beni culturali italiani?

-Sono moltissimi, uno per tutti la mancanza e il tipo di promozione. Si pensa al Louvre per la Gioconda, un solo quadro, nell’immaginario comune, è testimonial di una collezione di migliaia di capolavori dei più grandi artisti del passato.

Nessuna opera rappresenta allo stesso modo per esempio gli Uffizi o Capodimonte e questo, per la promozione dei musei, costituisce un fortissimo limite.

•Qual è l’opera che le piacerebbe promuovere?

-“La rotonda di Palmieri” di Giovanni Fattori, capostipite dei Macchiaioli, che potrebbe assurgere a icona della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti di Firenze. E’ un dipinto di piccole dimensioni, del 1866, che costituisce il baluardo dell’avanguardia artistica universale di quell’epoca. Lo vada a vedere.

•Possiamo considerare Fattori il padre della pittura italiana dell’800?

-Intendiamoci, non voglio accendere l’ennesima polemica sul primato di capostipite della pittura italiana ma se, gioco forza, escludiamo il caso a parte dei divisionisti e gli artisti attivi a Parigi e quindi stilisticamente più legati alla Francia come Boldini, De Nittis e Zandomeneghi che quindi non rappresentano integralmente il linguaggio artistico italiano, Fattori si attesta quale figura simbolo di quel lessico espressivo – di tipo naturalista – autoctono e nazionale, poiché maggiormente diffuso, sul quale si innesta tutta l’arte italiana dell’epoca.

•Quali emozioni suscitano in lei le opere di Fattori?

-E’ uno dei pochi artisti che riesce sempre a sorprendermi per quella sua capacità di caratterizzare e rendere esteticamente preziosa ogni più piccola parte del dipinto, attraverso un disegno rigorosissimo eppure originale. Considero Fattori – così come su un versante estetico opposto Boldini – un genio dell’arte universale e osservando quelle schiene di buoi scarni incurvate dalla fatica o quei volti ruvidi di soldati intrisi di malinconia, vi si legge una capacità di analisi psicologica senza pari. Come in un mosaico, ogni frammento del racconto è, nei quadri di Fattori, strettamente funzionale all’altro, riuscendo a creare un insieme monumentale di magistrale coerenza estetica e potentissima forza espressiva.

•Ci segnali un’altra opera di Fattori.

Vi è una tela di grandi dimensioni, circa 45 x 80 cm, che essendo stato Fattori il pittore delle piccole “tavolette” ricavate dalle sue scatole di sigari, definirei un importantissimo e rarissimo fuori formato, rappresentante un artigliere a cavallo mentre, guardandosi attorno, incede nella campagna con passo lento, sguardo fermo e disincantato. Vicino a loro, ancora due cavalli bardati che scrutano l’orizzonte. L’ambientazione è quella delle terre brulle della Maremma e dei campi estivi di erba gialla bruciata dal Sole. In questo quadro, un capolavoro della maturità dell’artista (1907), si avverte un sentimento di solenne devozione alla madre terra, nella quale si ritrovano a vivere con semplicità quali protagonisti, l’uno a fianco all’altro con pari dignità, uomini e bestie. L’atmosfera è satura di calura estiva e nella calma placida della pianura, sovrastata dal cielo screziato e inquieto che corre basso e arioso verso l’orizzonte, aleggia una nota di drammaticità a alimentare la vitale credibilità degli interpreti.

•Qual è fra i suoi libri quello a cui è più affezionato?

-E’ il catalogo di una mostra. Boldini Mon Amour, questo il titolo che da una parte allude agli amori intensamente vissuti da questo gigante italiano della pittura e dall’altra al mio rapporto viscerale, sebbene postumo, con lui e con le sue opere. Inoltre rappresenta forse il momento esatto della raggiunta maturità, spero, di scrittore saggista. Ha la presentazione di Sandro Bondi che quando la scrisse era ministro dei beni culturali.

•Il libro che avrebbe voluto scrivere ma che non scriverà mai?

-Il catalogo generale di Fattori, perché ci sono altri studiosi come me impegnati da decenni su questo fronte ampio e complesso e dunque sovrapporsi sarebbe un inutile dispendio di energie. Continuo però a studiarne i suoi dipinti con grande passione.

-E quello che vorrebbe scrivere?

•Mi piacerebbe lavorare a fondo su Modigliani, allievo di Fattori e sulla cui opera, dopo la scomparsa di Ceroni, è stata fatta moltissima confusione. C’è invece un libro che ho già scritto e che sta per uscire in libreria, ovvero il Catalogo Generale ragionato delle opere dipinte da Telemaco Signorini.

•Come passa il suo tempo?

-Abito in Toscana, si fa per dire visto che lavoro per la casa d’aste Cambi di Milano-Londra, poi a Lugano per il Butterfly Institute Fine Art, poi svolgo consulenze recandomi spesso all’estero, poi ci sono lo studio, i libri, i convegni, il mercato e così il tempo è davvero poco e quello che rimane è dedicato alla famiglia.

•Come è stato il suo incontro con il Papa?

-Emozionante e sorprendente. Nel senso che mi sono trovato dinanzi a un uomo straordinario che a differenza di tutti gli altri che ho conosciuto, parla in modo diretto, senza alcun filtro e senza timori. Mi ha preso alla sprovvista con domande dirette che per questo arrivano all’anima, attendendo risposte altrettanto spontanee e sincere e non ero preparato ad affrontare un dialogo così limpido e profondo. Non lo dimenticherò.

•Come immagina il suo futuro?

-Proiettato in una dimensione sempre più internazionale, perché essendo la mia professione molto legata al mercato dell’arte è necessario presenziare sulle piazze maggiori come New York e Londra che è ormai la capitale mondiale del mercato dell’arte.

Mi sono stati anche offerti alcuni incarichi quale curatore di grandi mostre culturali italiane che mi impegnerebbero almeno per i prossimi cinque anni, dunque nei mesi a venire dovrò operare scelte professionalmente importanti.