IL SURREALISMO DI MERET OPPENHEIM AL LAC DI LUGANO

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Meret Oppenheim è una delle artiste più note del Novecento: una figura quasi leggendaria di donna che seppe affermarsi nel contesto del surrealismo (di cui entrò a far parte nel 1933) e sviluppare una ricerca dai caratteri del tutto autonomi.

L’esposizione, inaugurata il mese scorso presso il LAC e visibile fino al 28 maggio, mette in evidenza la fitta trama di rapporti personali e creativi che legarono l’artista ai più anziani e spesso già celebri colleghi dell’epoca: Man Ray (di cui fu la modella preferita), Marcel Duchamp, Max Ernst, Alberto Giacometti, Jean Arp e altri ancora, documentati attraverso alcune delle loro opere più significative.

Emergono così dalle creazioni di Meret e dei colleghi i temi più cari all’immaginario artistico degli anni Trenta: le fantasie oniriche ed erotiche, la donna come creatura fatata o all’opposto strega, il feticismo e il rapporto con la natura. Negli anni del dopoguerra l’opera di Meret si arricchì anche della ricerca astratta e dimostrò la propria forza di suggestione su artisti delle generazioni successive.

LOVE: se l’arte incontra l’amore al Chiostro del Bramante

The Art Spectator: Il Chiostro del Bramante festeggia i suoi 20 anni di attività con una mostra dal carattere internazionale.
Una novità assoluta e imperdibile nel panorama delle proposte culturali capitoline degli ultimi anni che si candida a riportare la città di Roma in linea agli stessi livelli delle più stimate realtà espositive internazionali.
Per la prima volta saranno riuniti tra i più importanti artisti dell’arte contemporanea, come Yayoi Kusama, Tom Wesselmann, Andy Warhol, Robert Indiana, Gilbert & George, Francesco Vezzoli, Tracey Emin, Marc Quinn, Francesco Clemente e Joana Vasconcelos, con opere dai linguaggi fortemente esperienziali (All the Eternal Love I Have for the Pumpkins della Kusama tra le più instagrammate al mondo) e adatte acoinvolgere il pubblico attraverso molteplici sollecitazioni.

L’arte incontra l’amore.
L’esposizione romana intende affrontare uno dei sentimenti universalmente riconosciuti e da sempre motivo d’indagini e rappresentazioni, l’Amore, raccontandone le diverse sfaccettature e le sue infinite declinazioni.
Un amore felice, atteso, incompreso, odiato, ambiguo, trasgressivo, infantile, che si snoda lungo un percorso espositivo non convenzionale, caratterizzato da input visivi e percettivi.

Love va oltre il concetto di museo.
Il vero protagonista della mostra è il pubblico che si riappropria degli spazi espositivi, divenendo fruitore e divulgatore allo stesso tempo, avendo la possibilità di fotografare liberamente tutte le opere esposte (hashtag ufficiale #chiostrolove).
Un coinvolgimento sensoriale a 360° caratterizza l’esperienza museale, abbracciando il concetto di ‘open access’ e di museo in continua evoluzione.
Inoltre, in coerenza con il progetto scientifico voluto dal DART Chiostro del Bramante, il visitatore potrà vivere un’ esperienza di guida attiva assolutamente fuori dal comune, scegliendo per la prima volta tra 5 “partner audio”: John, Coco, Amy, David e Lilly saranno gli speciali compagni di viaggio, a seconda del tipo di esperienza che si vuole intraprendere, che racconteranno le opere esposte e aiuteranno il pubblico ad apprezzare le emozioni in esse contenute. Le audioguide sono state realizzate dalla Zeranta Edutainment società specializzata nell’educational ed entertainment.
Artisti presenti: Vanessa Beecroft, Francesco Clemente, Nathalie Djurberg e Hans Berg, Tracey Emin, Gilbert & George, Robert Indiana, Ragnar Kjartansson, Yayoi Kusama, Mark Manders, Ursula Mayer, Tracey Moffatt, Marc Quinn, Joana Vasconcelos, Francesco Vezzoli, Andy Warhol, Tom Wesselmann.

Con il patrocinio di Roma Capitale – Assessorato alla crescita culturale Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la mostra LOVE. L’arte contemporanea incontra l’amore, è prodotta e organizzata da Dart – Chiostro del Bramante in collaborazione con Arthemisia Group.
La mostra vede come sponsor JTI e Generali Italia.
Il catalogo è edito da Skira.

ALL ABOUT ART AND… KEITH HARING!

La mostra di Keith Haring a Milano è un viaggio, allegro e colorato, fra le opere del grande artista statunitense, noto in tutto il mondo per i suoi personaggi in movimento che abbelliscono case e palazzi delle maggiori città del mondo.

Nato nel 1958, Haring sviluppa un precocissimo talento ispirato ai cartoni animati di Walt Disney, coltivato poi negli anni con la visita a numerosi musei che lo mettono in contatto con la grande arte di Dubuffet, Jackson Pollock, Paul Klee e soprattutto con la Pop Art di Andy Warhol e con l’arte di Alechinski, che avrànno su Haring un forte ascendente.

Trasferitosi a New York per motivi di studio, la sua arte si arricchì delle suggestioni derivate dalla sua amicizia con Jean-Michel Basquiat e con gli autori della Beat Generation, come Burroughs.

Dedicatosi all’arte del graffito, Haring lavorò in tutta l’America e riscosse successo anche in Europa, dove l’arista ha lasciato molti segni del proprio passaggio: celebre, ad esempio, la sua opera Tuttomondo sul muro del convento di Sant’Antonio a Pisa, la sua ultima opera pubblica, nonchè ultimo inno alla vita poco prima della morte.

Nel 1990 infatti Haring, gravemente malato, morì nella sua casa di New York a soli 31 anni, lasciandosi alle spalle una serie infinita di muri popolati da figure colorate e vitali e un successo artistico affermatosi in ogni continente e di cui la Mostra di Haring a Palazzo Reale è il grande omaggio resogli dalla città di Milano a quasi trent’anni dalla sua scomparsa.

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JEAN-MICHEL BASQUIAT: IL GENIO DELLA STREET ART

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Writer e pittore statunitense, Jean-Michel Basquiat è stato uno dei più importanti esponenti del graffitismo americano (in inglese Steet art) trasportando, insieme all’amico e collega Keith Haring, questo movimento dalle strade alle gallerie d’arte.
Nato a New York da padre haitiano e da madre statuninense, Jean-Michel Basquiat manifesta  precocemente la sua predisposizione al disegno, ispirato dai cartoni animati e soprattutto dalle frequenti visite al Metropolitan Museum e al Moma.
Nel 1975, a seguito del divorzio dei genitori, Jean-Michel scappa di casa: arrestato per vagabondaggio, l’anno seguente inizia a frequentare la City-as-School a Manhattan, dove conoscerà un giovane artista di nome Al Diaz: con lui inizia a realizzare graffiti per le strade di Ney York, firmandoli con l’acronimo SAMO.
Ritenendola poco utile, nel 1978 Basquiat lascia la scuola e cerca di guadagnarsi da vivere vendendo cartoline da lui decorate. Nel tentativo di promuovere questa sua opera, fa la conoscenza di Andy Warhol con il quale stringerà una profonda amicizia.
In questi anni frequenta i più esclusivi club di New Work, legandosi con personaggi dello spettacolo come Madonna e dell’arte come Keith Haring.
Basquiat ebbe grande successo, ma la sua tossicodipendenza da eroina, aggravata dalla morte di Warhol, lo porterà ad una prematura morte a soli 27 anni.

 

Fino al 26 febbraio, il Mudec di Milano ripercorre la rapida carriera dell’artista americano, che ha saputo dare una personale e particolare interpretazione del graffitismo, facendo convivere senza contrasti cultura occidentale e africana. Un percorso cronologico dai primissimi graffiti alle ultime tormentate opere, in una sintesi di spunti autobiografici, tradizioni africane, ovvi riferimenti alla Pop Art e un accenno anche all’Art Brut di Jean Dubuffet.

LA GRANDE MOSTRA DEDICATA A GUERCINO ANIMA PIACENZA

Dal 4 marzo al 4 giugno, l’artista secentesco emiliano (Cento, FE, 1591 – Bologna, 1666), che in città ha lasciato importanti testimonianze, sarà celebrato con una serie d’iniziative di grande suggestione e di notevole rilevanza storico-artistica, che uniranno in un unico percorso, tra sacro e profano, il Duomo e Palazzo Farnese.

Fulcro di tutta la manifestazione sarà la Cattedrale, la cui cupola ospita lo straordinario ciclo di affreschi realizzato da Guercino tra il 1626 e il 1627 e che si presenterà in tutta la sua bellezza con una nuova illuminazione realizzata da Davide Groppi.
Eccezionalmente, per tutta la durata dell’evento, i visitatori avranno la possibilità, quasi unica e irripetibile, di ascendere all’interno della cupola del Duomo di Piacenza, per ammirare da vicino i sei scomparti affrescati con le immagini dei profeti Aggeo, Osea, Zaccaria, Ezechiele, Michea, Geremia, le lunette in cui si alternano episodi dell’infanzia di Gesù – Annuncio ai Pastori, Adorazione dei pastori, Presentazione al Tempio e Fuga in Egitto – a otto affascinanti Sibille e il fregio del tamburo.
La visita sarà introdotta da una sala multimediale che permetterà al pubblico di leggere in modo innovativo il capolavoro del Guercino e di provare un’inedita esperienza immersiva attraverso particolari visori 3D.

Contemporaneamente, la Cappella ducale di Palazzo Farnese accoglierà una mostra, curata da Daniele Benati e Antonella Gigli, insieme con un comitato scientifico composto da Antonio Paolucci, Fausto Gozzi e David Stone, che presenterà una selezione di 20 capolavori del Guercino, in grado di restituire la lunga parabola che lo ha portato a essere uno degli artisti del Seicento italiano più amati a livello internazionale.

UNA MOSTRA CELEBRA IL CENTENARIO DEI CAPOLAVORI RESITUITI ALL’ ITALIA DALLA FRANCIA

Nel 2016 ricorre un anniversario di fondamentale importanza per la storia  civile e culturale dell’Europa e, in particolare, dell’Italia.
Risale infatti al  1816 il rientro a Roma dei capolavori artistici e archeologici dello Stato Pontificio requisiti dai napoleonici. Questo episodio fu preceduto e accompagnato dal recupero da parte di altre amministrazioni della penisola di molti degli oltre 500 dipinti che,  tra il 1796 e il 1814 nel corso delle campagne militari francesi, erano stati prelevati dai territori italiani, inviati a Parigi e selezionati per essere esposti nel nascente Museo del Louvre.

Contemporaneamente al rientro delle opere migrate in Francia,  l’Italia tutta si troverà a interrogarsi per la prima volta sul destino di migliaia di opere d’arte che avevano abbandonato  chiese e conventi a seguito della soppressione degli ordini religiosi nei primi anni dell’Ottocento. La fortuna del Museo del Louvre come museo universale, le perdite di alcuni capolavori rimasti in Francia, ma soprattutto la demanializzazione di una vera e propria massa di opere d’arte accumulatesi in depositi improvvisati, alimentarono un dibattito vivace sul valore pubblico del patrimonio artistico,  favorendo l’apertura di musei ancora oggi tra le realtà più significative del Paese: è il caso, ad esempio,   della Pinacoteca di Brera, delle Gallerie dell’Accademia di Venezia o della Pinacoteca di Bologna.

E’ all’interno di questi come di altri musei, in Italia e all’estero, i quali osservarono con interesse l’esperienza del Louvre, che si procedette a una rivisitazione della storia dell’arte con  avanzamenti significativi sia sul piano critico, sia nella valorizzazione del patrimonio culturale.

L’interesse della mostra  è dunque quello di ripercorrere le tappe salienti della vicenda storica, ma soprattutto di restituire una lettura critica in grado  di sensibilizzare oggi  il pubblico al valore che assunse allora il patrimonio culturale nazionale, visto per la prima volta come strumento principe di educazione del cittadino e, insieme, perno di una comune identità europea.

LA MOSTRA:

Il Museo universale. Dal sogno di Napoleone a Canova

 16 dicembre 2016 – 12 marzo 201/

a cura di Valter Curzi, Carolina Brook e Claudio Parisi Presicce

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LA BIENNALE DI VENEZIA COME DONO PER L’ANNIVERSARIO DI NOZZE?

E’ proprio un regalo tanto originale quello che l’allora sindaco di Venezia,  Riccardo Selvatico, volle fare nel 1894 istituendo un’esposizione d’arte per festeggiare il venticinquesimo anniversario delle nozze del Re d’Italia: nasceva così la Biennale, la cui prima edizione fu inaugurata nel maggio del 1895.
La Biennale di fine Ottocento era molto diversa da quelle ricchissime di oggi, ma non aveva nulla da invidiare ad esse in termini di qualità di contenuto e per importanza di nomi presenti.
L’edizione d’esordio fu contrassegnata tra l’altro dallo scandalo sollevato da un’opera di Giacomo Grosso, Il supremo convegno. Il quadro di Grosso raffigurava una camera ardente con feretro e cadavere attorniati da cinque donne svestite, a simboleggiare “la fine di un dongiovanni”.

il-supremo-convegno-620x330La presidenza dell’esposizione temeva che il dipinto potesse offendere la morale dei visitatori; ma una commissione di intellettuali, nominata dal sindaco e presieduta da Antonio Fogazzaro, giudicò Il Supremo convegno non oltraggioso del buoncostume, quindi “presentabile”.
Alla prima Biennale parteciparono artisti di grande fama come Fattori, Previati, Pellizza da Volpedo, Puvis de Chavannes, Burne-Jones, Whistler…
Interessante osservare il catalogo dell’evento veneziano: lo spazio dedicato alle immagini è minimo, ampio invece quello destinato alla pubblicità.

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