SPOTORNO TRA SURREALE E REALE ALLA FONDAZIONE STELLINE

The Art Spectator: Fondazione Stelline ospita nella Sezione Stelline Spazio Aperto la mostra antologica “Guglielmo Spotorno. Tra Surreale e Reale. Opere dagli anni ‘70” a cura di Luciano Caprile e Elena Pontiggia.

Nelle opere degli anni Settanta e Ottanta, l’attenzione è rivolta a tematiche legate al mondo naturale; lo si vede nelle opere dai colori intensi e cariche di movimento come Landscape in the sea (1975) e Evolution in the sea (1975) della serie “Profondità marine” e in quelle dai colori più tenui come Libellule pietrificate (1980) della serie “Insetti”, dove l’occhio dell’artista diventa una ‘lente’.
Nei lavori degli anni successivi un maggiore interesse è dedicato ad aspetti più concettuali descritti con un’armonia geometrica e un ritmo serrato, come si osserva nelle serie “Surreale” e “Informale”. “New economy”, “Città Umanizzate”, “Ritorno alla poesia” realizzate nell’ultimo decennio, esprimono un nuovo orientamento della poetica dell’artista indirizzata al mondo e alla società contemporanea, all’evoluzione tecnologica, oltre a significativi momenti storici della nostra epoca. A questo proposito sono da ricordare 11 Settembre (2014), Pechino (2014), Black sun (2014) e Tsunami (2013) in cui ritorna la riflessione sulla natura, ma in riferimento alla sua violenza devastatrice.
Non mancano opere legate al rapporto quotidiano tra uomo e mondo virtuale, tra cui Uomo al computer (2011), Web (2014) e Anche i cigni twittano (2013) che rivela un sottile senso ironico.
Le opere di Guglielmo Spotorno entrano in sinergia con le poesie che ha scritto negli stessi anni. La raccolta sarà pubblicata e distribuita in occasione della mostra.

DONI D’AMORE: ESSERE DONNA NEL RINASCIMENTO

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The Art Spectator: La mostra visitabile sino al 15 gennaio 2014  presso la Pinacoteca Zust di Rancate, Mendrisio racconta il Rinascimento attraverso la storia del ruolo della donna a partire dall’epoca tardogotica e rinascimentale analizzando i rituali che ne segnavano il passaggio da fanciulla posta sotto la tutela del padre a sposa assoggettata al marito.

Tema dominante del percorso espositivo è la lettura delle valenze simboliche attribuite dalla società del tempo ai manufatti realizzati in occasione degli eventi più importanti nella vita di una donna rinascimentale: il fidanzamento, il matrimonio e la nascita dei figli. Se a un primo sguardo la preziosità dei materiali e la raffinatezza della lavorazione ne segnalavano l’elevato costo, la scelta dei materiali sottintendeva significati più intimi e reconditi: dall’allusione erotica degli oggetti da toeletta in avorio, materia dalla coeva letteratura equiparata per il suo candore e levigatezza all’incarnato femminile, ai messaggi beneauguranti degli anelli, dovuti alle proprietà delle pietre preziose incastonate. A questi contenuti in alcuni casi si sovrapponeva quello suggerito dalla conformazione stessa dell’oggetto: gli anelli detti maninfede evocavano, per il motivo delle due mani intrecciate, la promessa di matrimonio sancita dalla stretta di mano, mentre il cofanetto richiamava, per la sua funzione di contenere e custodire, il grembo femminile ricettacolo del seme maschile. Altre volte, le valenze simboliche erano desunte da antiche tradizioni, come nel caso della cintura considerata emblema di castità, e perciò tipico dono di fidanzamento, in relazione al rito di epoca romana di annodare alla vita della sposa un nastro sciolto dal marito la prima notte di nozze.
Ad arricchire il contesto espositivo ed evidenziare i significati degli oggetti in mostra è l’accostamento con dipinti coevi nei quali gioielli, tessuti e manufatti si trovano raffigurati.

GIACOMETTI:UN ARCAICO CONTEMPORANEO

1The Art Spectator: «Tutta l’arte del passato, di tutte le epoche, di tutte le civiltà, apparve davanti a me. Tutto era simultaneo, come se lo spazio avesse preso il posto del tempo». Da questa intensa confessione nasce l’idea di restituire ai capolavori di Alberto Giacometti (1901-1966) la loro dimensione d’eternità, avvicinando alle sue sculture sottili e longilinee, scavate nella materia come reperti archeologici, una selezione preziosa di reperti usciti da alcuni tra i più importanti musei italiani d’arte antica.

I prestiti delle opere di Giacometti, concessi da importanti collezioni svizzere oltre che dalla Kuntshaus di Zurigo e dalla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, saranno accostati per la prima volta alle opere arcaiche del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, del Museo Civico Archeologico di Bologna, del Museo Civico di Palazzo Farnese a Piacenza e del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

I lavori di Giacometti e quelli dei suoi antenati animeranno un percorso avvincente, sviluppato per temi e iconografie, basato su un gioco di rimandi, di sguardi incrociati fra capolavori, sottratti alla dimensione del tempo e ricollocati nello spazio della contemporaneità.

Dagli studi condotti negli anni sui punti di contatto fra l’opera di Giacometti e la statuaria d’epoca antica – dall’arte egizia a quella sumera, dai manufatti dell’età del bronzo all’arte greca fino alla scultura africana – è emersa infatti la possibilità di costruire una mappa delle iconografie del passato e delle culture più amate dall’artista, prese a modello per la sua riflessione contemporanea, tesa alla ricerca di forme espressive ancestrali, capaci di rappresentare l’uomo moderno in una visione eterna, in un recupero delle origini e della nostra storia.
Un viaggio affascinante nel tempo (e nello spazio), dimostrerà allora come la sua Femme qui marche, eseguita fra il 1932 e il 1936, riproponga gli stessi canoni di stilizzazione del corpo, la frontalità, la ieraticità, il passo breve avanzato della gamba sinistra, concetto puro di movimento, ispirato all’iconografia egizia.
Nell’ambito dell’art nègre, le Insegne Oko o le Figure Igala della Nigeria con il ventre piatto e allungato, sono testimonianze di immagini dello spirito, forma visibile di un invisibile che l’uomo porta dentro di sé, e che Giacometti studiò a fondo per sue sculture dalle teste minute e il busto fortemente allungato.
Le celebri figure di origine etrusca, come gli Aruspici dai corpi “a lama” del Museo di Villa Giulia a Roma, scoperti dall’artista durante il primo viaggio in Italia fra 1920 e 1921, sembrano tornare idealmente nelle forme immote dello scultore con le quali condividono linearismo, compostezza e armonia. Allo stesso modo il dialogo con i bronzetti nuragici – che segnano un legame con il territorio sardo – può essere spiegato attraverso le parole dello storico dell’arte Giuseppe Marchiori dedicate proprio al sapore antropologico della ricerca di Giacometti e alle forme dei suoi corpi «esili come guerrieri nuragici, senza lance e scudi, oppure simili all’idolo volterrano, agli uomini della notte».
Procedendo per confronti, ecco infine certe piccole Kore di bronzo, con le loro fogge compatte, le braccia stese lungo i fianchi, ricordare la delicatezza delle opere più esili di Giacometti, quelle figure alte pochi centimetri, come l’immagine di Silvio debout; mentre taluni ritratti di Diego o di Annette seduta sono accostabili agli oranti di cultura egizia, alle statue templari o alle prefiche inginocchiate, con la classica posa delle mani aperte, poggiate sulle ginocchia piegate.

ROMA CITTA’ – MUSEO APERTA

open-museum-open-city-maxxi-romaThe Art Spectator: Il progetto OPEN MUSEUM OPEN CITY vuole essere una proposta per vivere il museo come un foro della città, luogo di incontro e confronto dove l’arte trova espressione attraverso performance, teatro, danza, musica, cinema, narrazioni, dibattiti, proiezioni.

Dal 24 ottobre al 30 novembre il MAXXI si svuota per riempirsi di suono. Immateriale, immersivo, incontrollabile, onnipresente, invisibile, il suono è l’aspetto più radicale e sperimentale dell’arte contemporanea, uno strumento perfetto per conquistare spazi di libertà espressiva.

A riempire gli spazi sono le installazioni site specific di Justin Bennett, Cevdet Erek, Lara Favaretto, Francesco Fonassi, Bill Fontana, Jean-Baptiste Ganne, Ryoji Ikeda, Haroon Mirza, Philippe Rahm e RAM radioartemobile che trasformano il museo di volta in volta in un ambiente urbano, intimo, spirituale, politico, ridefinendo così anche il suo significato di istituzione pubblica.

Un’iniziativa che è anche un opportunità concreta di espressione e coinvolgimento per il fruitore:

Fino al 30 novembre 2014, sarà infatti possibile inviare una traccia sonora della durata massima di 3 minuti utilizzando l’applicazione mobile dedicata alla mostra oppure registrando la traccia direttamente presso la postazione di RAM nella hall del MAXXI, il martedì e il giovedì, dalle 17.00 alle18.00.

ZURIGO: ALLA KUNSTHAUS SCHIELE COME NON L’AVETE MAI VISTO

imgThe Art Spectator: Kunsthaus Zürich mostra l’opera di Egon Schiele (1890-1918) insieme a lavori della pittrice britannica contemporanea Jenny Saville (*1970). Nella distanza temporale di un secolo si sviluppa un dialogo ricco di tensione tra due prospettive pittoriche intensamente legate alla corporeità . La mostra con oltre 100 dipinti e disegni avrà luogo dal 10 ottobre 2014 fino al 25 gennaio 2015. Se in precedenti mostre Egon Schiele è stato presentato soprattutto nel suo contesto storico, qui viene presa in considerazione la vicinanza e la diversità rispetto ad un’artista contemporanea. L’opera di Schiele segue un blando ordine cronologico, mentre i dipinti di Jenny Saville vi sono accostati singolarmente oppure in piccoli gruppi di opere o di motivi: resta comunque evidente l’autonomia delle due posizioni artistiche. Attraverso una presentazione spaziosa di formati estremamente diversi tra loro e nella rinuncia all’accostamento di esplicite coppie di quadri, il curatore Oliver Wick confida nella percezione del visitatore.

LONDRA STREGATA DA ANSELM KIEFER

artThe Art Spectator: «Niente è semplice, niente è quello che sembra nelle opere di Kiefer», spiega Kathleen Soriano, direttrice della mostra. «Tutto ha un significato e spesso vari strati di significato, dato che l’artista utilizza e rielabora elementi dalla mitologia nordica, dalla storia tedesca, dalla religione cristiana, dalla cosmologia e dall’alchimia, dai suoi ricordi personali, dal suo amore per la poesia. Per tutta la sua vita ha cercato di rappresentare la tensione tra il caos e l’ordine, tra il cielo e la terra, tra il bene e il male». Questo è il fascino dell’opera di Kiefer. Politica, religione, filosofia, poesia e storia sono tutte presenti nelle potenti e complesse opere dell’artista tedesco.

Prima retrospettiva londinese quella che dedica lui la prestigiosa Royal Academy. La mostra, organizzata in ordine cronologico, ripercorre quaranta anni di evoluzione dell’artista e ha visto la luce in stretta collaborazione con lo stesso Kiefer, che ha anche creato alcune monumentali opere apposta per le grandi sale dell’Accademia.

LE CENTRE POMPIDOU CELEBRA IL GENIO DEL READY-MADE

bimbaThe Art Spectator:Marcel Duchamp. La peinture, même”, organizzata dal Centre Pompidou e aperta fino al prossimo 5 gennaio è una mostra che può sembrare svolgersi nel chiaroscuro del paradosso. Attraverso un centinaio di lavori si è infatto scelto di concentrare l’attenzione sulla produzione pittorica di quello che nell’opinione comune viene considerato il maggior eversore della tradizione artistica occidentale – dei suoi valori, delle sue regole e dei suoi rituali – apparso sulla scena pur tanto accidentata del XX secolo.

Una scelta criticamente ineceppibile, peraltro, che può assai proficuamente contribuire, nella percezione diffusa dell’opera e del ruolo di Duchamp, a una lettura meglio bilanciata, non esageratamente condizionata dalla più rivoluzionaria, nota e controversa “produzione” dei ready-mades. Cuore della mostra è uno dei più celebrati capolavori di Duchamp, Le Grand Verre, La mariée mise à nu par ses célibataires, meme. Si parte dai primi disegni, già votati al più disarmante nonsense, fino al notissimo Nu descendant l’escalier del 1912, non mancano cenni all’ossessione erotica  sino al tema della sposa; passando dall’Impressionismo al Fauve, dal Cubismo al Surrealismo, dalle fotografie del fisiologo Etienne-Jules Marey ai film di George Melies, da Cranach a Manet, da Redon e il Simbolismo a Picabia e Kupka. Un percorso che mette in condizione il pubblico di avvicinarsi passo dopo passo a una delle opere-chiave dell’arte d’avanguardia del Novecento Le Grand Verre, opera cardine dell’avanguardia artistica del ‘900.