Mille giovani per la cultura: aperte le pratiche per 150 tirocinanti

  • Bando n. 1: tirocini presso la Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia e l’Unità Grande Pompei (50 giovani) e la Soprintendenza speciale per il patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico e per il polo museale della città di Napoli e della Reggia di Caserta (20 giovani);
  • Bando n. 2: tirocini presso la Direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici dell’Abruzzo (15 giovani) e la Direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici dell’Emilia-Romagna (15 giovani);
  • Bando n. 3: tirocini presso l’Archivio centrale dello Stato, le soprintendenze archivistiche e gli archivi di Stato presenti sul territorio nazionale, nonche’ presso le Biblioteche Nazionali di Roma e di Firenze (50 giovani).

Ora il Mibac ha pubblicato gli avvisi e aperto i termini per la presentazione delle candidature.

Le candidature devono essere inviate entro le ore 12.00 del 6 novembre 2014 tramite la piattaformahttps://www.mibact-online.beniculturali.it/.

La selezione terrà conto dei titoli dei candidati e dell’esito dei colloqui, che saranno condotti a decorrere dal 20 novembre 2014.

I tirocinanti riceveranno un’indennità mensile di mille euro lordi, comprensivi della quota relativa alla copertura assicurativa, oltre a un attestato di partecipazione.

Gli ultimi moderni: la scultura i Manzù e Marino alla fondazione Magnani Rocca

art

The art spectator: Per la prima volta la scultura è protagonista nella Villa dei Capolavori sede della Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo, presso Parma. La Fondazione, che già ospita nella collezione permanente capolavori marmorei dei più grandi scultori italiani dell’Ottocento, Antonio Canova e Lorenzo Bartolini, espone ora la grande scultura del Novecento, rappresentata da Giacomo Manzù e Marino Marini che negli anni cinquanta e sessanta, dopo i riconoscimenti nazionali, diventano anche i campioni dell’arte italiana all’estero. Offrendo un’interpretazione della scultura figurativa classica in una chiave stilistica del tutto personale, dagli esiti affascinanti e sorprendenti, dimostrano come essa fosse ben lontana dall’obsolescenza e dalla chiusura alla storia, bensì perfettamente in grado di esprimere il dramma e il senso dell’uomo dopo le dissoluzioni del conflitto mondiale. Le loro opere entrano così a far parte dei maggiori musei di tutto il mondo e i due artisti conquistano l’attenzione del collezionismo e del pubblico.

A cura di Laura D’Angelo e Stefano Roffi, la mostra, aperta dal 13 settembre all’8 dicembre 2014, intende approfondire questa vicenda, sinora poco indagata dagli studi, proponendosi di individuare gli elementi che favorirono il grande successo di Manzù e di Marino. Una selezione di circa novanta fra sculture, anche gigantesche, dipinti e lavori grafici realizzati dai due artisti negli anni tra il 1945 e il 1970 documenta la loro fiduciosa apertura verso le molteplici lingue della modernità e la capacità dimostrata nell’incontrare il gusto di un colto e sofisticato mercato internazionale.

In una successione che tiene conto dei temi maggiormente praticati da entrambi nei decenni presi in esame, oltre al tema della danza che li accomuna, oltre ai celeberrimi Cardinali di Manzù – presentati accanto ai lavori preparatori per la Porta della Morte per la Basilica di San Pietro in Vaticano – e ai Cavalli con Cavaliere di Marino – in una parabola che si apre con un gruppo equestre del 1945 e si conclude col Grido del 1962 – una speciale attenzione viene dedicata ai ritratti; non soltanto per sottolineare l’interesse che essi nutrirono nei confronti di questo genere artistico, ma anche per fornire una chiave di lettura della loro personalità attraverso i nomi degli artisti, dei galleristi, dei collezionisti e delle personalità che ne sostennero e accompagnarono l’attività lungo gli anni cinquanta e sessanta, fra i quali papa Giovanni XXIII, il compositore Igor Stravinskij, gli artisti Marc Chagall, Oskar Kokoschka e Jean Arp, l’architetto Ludwig Mies van der Rohe, il regista John Huston, il cardiochirurgo Christiaan Barnard, oltre alle mogli amatissime, Inge Manzù e Marina Marini.

La vita e l’originale percorso artistico di Manzù e Marino sembrano a tratti rincorrersi e scorrere paralleli. Marino Marini (Pistoia 1901 – Viareggio 1980) si iscrive nel 1917 all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove frequenta i corsi di pittura e di scultura. Giacomo Manzù (Bergamo 1908 – Ardea 1991), al contrario, non può vantare un’educazione accademica; figlio di un calzolaio, egli si forma all’interno delle botteghe bergamasche specializzate nell’intaglio e nella doratura.

Tra la fine degli anni venti e l’inizio dei trenta Marino e Manzù si trasferiscono a Milano, dove ha inizio una stagione di riflessione e di ricerca che condurrà entrambi, nel giro di pochi anni, a imporsi nel contesto artistico nazionale. Nel 1935 Marino si aggiudica il premio di scultura alla II Quadriennale d’Arte Nazionale di Roma; all’edizione successiva dell’esposizione, nel 1939, il premio di scultura è assegnato a Manzù. La carriera dei due artisti prosegue con intensità lungo gli anni quaranta e alle mostre si succedono nuovi riconoscimenti. Nel 1948 Manzù allestisce una sala personale alla Biennale di Venezia e si aggiudica il Premio Internazionale per la scultura, ex aequo con Henry Moore; nel 1952 il medesimo premio è assegnato a Marino.

È all’indomani di questi riconoscimenti che per i due scultori si inaugura la fase di maggior impegno sul fronte internazionale: le loro opere figurano nelle più importanti esposizioni allestite in Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti e, mentre dagli anni cinquanta l’attività di Marino si sposta principalmente all’estero, Manzù inizia a lavorare alla realizzazione della Porta della Morte per la Basilica di San Pietro, la cui inaugurazione, nel 1964, segna il punto di massima popolarità raggiunto dall’artista.

La mostra presso la Fondazione Magnani Rocca riunisce opere altamente significative di Marino e di Manzù e si propone di rileggere l’attività di questi due scultori proprio in relazione agli stimoli derivanti dal dibattito critico nazionale, alle novità avanzate dalle Biennali di Venezia e alla conoscenza dei contesti artistici internazionali.

La collaborazione da parte della Fondazione Marino Marini di Pistoia, del Museo Marino Marini di Firenze, della Fondazione Giacomo Manzù e del Museo Manzù di Ardea, di altri musei e di importanti collezioni private, ha consentito lo spostamento di opere viste raramente al di fuori dei singoli contesti museali o di dimore riservate, permettendo un confronto diretto – visivo e critico – tra Marino e Manzù che rappresenta la decisiva novità dell’esposizione.

Il ricco catalogo della mostra riunisce contributi di Barbara Cinelli, Marcella Cossu, Laura D’Angelo, Flavio Fergonzi, Inge Manzù, Teresa Meucci, Stefano Roffi, Maria Teresa Tosi e affronta problemi nuovi secondo nuove prospettive di studio. All’approfondimento su questioni di contesto si aggiungono riflessioni sul genere del ritratto, sul significato della serialità in scultura, sulle fonti visive della scultura di Marino e di Manzù, sui modi in cui sono state fotografate le loro sculture e sulla ideologia scultorea che ne è sottesa.

MANZÙ / MARINO. Gli ultimi moderni.

Fondazione Magnani Rocca, via Fondazione Magnani Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).

Dal 13 settembre all’8 dicembre 2014. 

Orario:

dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) – sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18).

Lunedì chiuso, aperto lunedì 8 dicembre.

The art spectator: L’Ara Pacis torna per un giorno ai propri colori originari

l_ara_pacis_a_colori_largeThe art specator: Nel bimillenario della sua morte, quella Roma che l’imperatore ricevette di mattoni e lasciò di marmo celebra l’importante anniversario con una serie di iniziative alle quali si aggiunge il Museo dell’Ara Pacis che proprio il 19 agosto, dalle 21:00 alle 24:00, aprirà in via straordinaria il percorso della mostra “L’arte del comando. L’eredità di Augusto” e, con un biglietto unico, offrirà ai visitatori l’esperienza di contemplare il monumento simbolo dell’età augustea nei suoi colori originali attraverso una proiezione digitale della policromia sulle superfici decorative di marmo.
Al fronte occidentale dell’altare, con i pannelli di Enea e del Lupercale, e al fronte orientale, con quelli della Tellus, della Dea Roma e del grande fregio vegetale verranno così restituiti i colori, frutto e sintesi di ricerche storiche e filologiche condotte su architetture e sculture antiche poi applicate ad un modello tridimensionale dell’altare.

Informazioni Evento:

Data Inizio: 19 agosto 2014
Data Fine: 31 dicembre 2015
Prenotazione:Nessuna
Luogo: Roma, Museo dell’Ara Pacis
Orario: Martedì-domenica 9.00-19.0024 e 31 dicembre 9.00-14.00 La biglietteria chiude un’ora prima; chiuso Lunedì
Telefono: 06 0608

THE ART SPECTATOR: ASCONA: al di là della materia con l’opera di Luigi Russolo

Russolo_Bolle_di_saponeThe art spectator: Il Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona (Svizzera) inaugura l’autunno espositivo 2014 con una rassegna dedicata a Luigi Russolo (Portogruaro, VE, 1885 – Cerro di Laveno, VA, 1947), una delle personalità più profonde e interessanti del Futurismo Italiano.

L’iniziativa, in programma dal 14 settembre al 7 dicembre 2014, curata da Mara Folini, direttrice del Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona, e da Anna Gasparotto e Franco Tagliapietra, presenterà 50 opere, tra dipinti disegni e grafiche, tra le più significative del periodo simbolista, proto-futurista, futurista e infine classico-moderno, provenienti da importanti istituzioni museali svizzere, come il Kunstmuseum di Basilea, e internazionali, come il Mart di Trento e Rovereto, la Galleria degli Uffizi di Firenze, la raccolta del Comune di Portogruaro, il Musée de la Ville de Paris, oltre che da collezioni private.

Sarà esposto anche un esemplare ricostruito di Intonarumore, apparecchio inventato dallo stesso Russolo nel 1913, per “intonare e regolare armonicamente e ritmicamente” i rumori, come i suoni della contemporaneità.

La mostra sarà in grado di offrire un’ampia panoramica dell’attività e del pensiero russoliano. Una particolare, quanto inedita, attenzione sarà riservata alla produzione pittorica degli anni quaranta, trascorsi a Cerro di Laveno sul lago Maggiore. Tale produzione, definita dall’artista stesso “classico-moderna” – dopo il suo incontro a Parigi avvenuto alla fine degli anni venti con il magnetista teosofo Guido Torre – può essere meglio compresa alla luce dei presupposti filosofici che ne hanno consentito la nascita e lo sviluppo. Fanno parte di questo percorso di analisi, le letture di Russolo, le sue riflessioni espresse nel trattato Al di là della materia di cui i Diari, recentemente ritrovati, forniscono un interessante laboratorio di preparazione.

La mostra evidenzierà la continuità piuttosto che le fratture nell’opera di Luigi Russolo: la spiritualità nell’arte accompagnerà l’artista in tutta la sua evoluzione creativa, dalla prima suggestione simbolista al momento proto-futurista, ad alcuni aspetti della teorizzazione futurista, alla tematica cosmica, fino ai pacificati dipinti “classico-moderni”.

Tra i molteplici collegamenti offerti dalla mostra di Ascona, si accennerà, per la prima volta, anche a quello con la colonia degli artisti di Monte Verità con la quale, il pensiero e la vita di Luigi Russolo, appaiono emblematicamente affini nel testimoniare la medesima costellazione di idee antipositiviste, mistiche e occulte. Questa poetica dell’occulto, sarà approfondita, attraverso riferimenti biografici e documentaristici, oltre a raffronti iconografici tra le opere.

Luigi Russolo si rivela come un artista dalla personalità sfaccettata il quale, lungo tutta la sua esistenza, ha cercato, indagato e forse infine trovato il modo di unire armonicamente la razionalità spiccatamente scientifica con il fascino dell’irrazionale a carattere esoterico e critica al materialismo e al positivismo.

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Note biografiche
Luigi Russolo (Portogruaro 1885 – Cerro Laveno 1947) si dedicò fin da giovanissimo a studi musicali. A Milano, dal 1901, frequentò l’ambiente artistico che ruotava intorno alla rivista Poesia, cominciando a interessarsi anche di pittura. Non si conoscono sue opere pittoriche anteriori al 1908 (Autoritratto, 1908, Milano, Galleria civica d’arte moderna), anno in cui conobbe Boccioni e Carrà. Con questi firmò nel 1910 il Manifesto dei pittori futuristi e fino al 1912 le sue opere risentono ancora della poetica divisionista e simbolista (La rivolta 1911, L’Aia, Gemeentemuseum; Compenetrazione Case+luce+cielo 1912, Basilea, Kunstmuseum). Prevalsero poi i suoi interessi musicali: nell’ambito della poetica futurista scrisse L’arte dei rumori (1916) ed eseguì concerti con nuovi strumenti, gli “intonarumori”, costruiti da lui stesso. Partecipò alla prima guerra mondiale, rimanendo mutilato e scosso nel suo equilibrio mentale. Nel 1921, nel 1927 e dall’autunno del 1928 all’inizio del 1932 soggiornò a Parigi, dove si dedicò allo studio delle filosofie orientali e in particolare dello yoga (nel 1938 pubblicò Al di là della materia). Riprese anche a dipingere quadri nello stile da lui definito “classico-moderno”.


LUIGI RUSSOLO. Al di là della materia

Ascona (CH), Museo Comunale d’Arte Moderna (via Borgo 34)
14 settembre – 7 dicembre 2014

Orari:
dal martedì al sabato, 10-12; 15-18; domenica e festivi: 10.30-12.30; lunedì chiuso

Ingresso:
Intero, CHF 15; ridotto, CHF 10; ragazzi fino a 18 anni, ingresso gratuito

Informazioni:
tel. +41 (0)91 759 81 40; museo@ascona.ch

Sito internet:
http://www.museoascona.ch


Ufficio stampa:
CLP Relazioni Pubbliche

THE ART SPECTATOR: POP ICONS IN ROME

artThe art spectator: Il Museo Fondazione Roma, Palazzo Cipolla, ospiterà, in concomitanza con la mostra dell’indimenticabile Andy Warhol, dal 18 aprile al 28 settembre 2014,  le opere di un altro grande nome della  cultura pop: Terry O’Neill, con una retrospettiva intitolata Terry O’Neill. Pop Icons.
Una carrellata di ritratti che raccontano attraverso i volti dei miti del cinema, della musica, della moda, della politica e dello sport, la carriera artistica del fotografo britannico.

La mostra promossa dalla Fondazione Roma, prodotta e organizzata da Arthemisia Group e da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE, offre un’ulteriore testimonianza di come il culto della celebrità, leitmotiv degli anni ’60 – ’70, abbia notevolmente influenzato il lavoro degli artisti dell’epoca.
Inaspettatamente il lavoro di O’Neill può essere accostato a quello di Andy Warhol ossessionato per le immagini e la notorietà, le cui opere sono esposte contemporaneamente a quelle del fotografo.
L’artista americano padre della Pop Art fin dall’infanzia colleziona autografi di star, presagendo il dilagare della mania dell’immagine.
Nel suo studio, la famosa Factory, Warhol raccoglie intorno a sé un gran numero di artisti, scrittori, musicisti e figure underground e i ritratti scattati con la sua polaroid costituiscono la base dei suoi iconici dipinti fotografici.

Curata da Cristina Carillo de Albornoz, la retrospettiva dedicata a Terry O’Neill, contiene alcuni dei suoi lavori più celebri, 47 ritratti che documentano i momenti più intimi e naturali delle icone del pop degli ultimi 40 anni.
“Ho avuto fortuna. Mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto: la Londra degli anni 60.  Avevi l’impressione che ogni giorno succedesse qualcosa di rivoluzionario” racconta Terry O’Neill.
Nato a Londra nel 1938 può essere definito uno dei fotografi più celebri del nostro tempo che ha saputo cogliere, con straordinaria abilità, immagini autentiche e spontanee di molte delle leggende del Novecento; personaggi che hanno segnato la storia diventando delle vere e proprie icone. Politici, cantanti e attori con lui trovano la chiave perfetta per esprimere al meglio la loro personalità.
Collabora con riviste importanti come Rolling Stone e Vogue, e con altri celebri colleghi, tra cui David Bailey, Terence Donovan e Brian Duffy.
Tutti autori di quelle fotografie che hanno immortalato la “Swinging London” di quegli anni.
I suoi archivi, recentemente riordinati, rivelano la sua visione poetica della bellezza e del mito degli anni ‘60 e ’70.
I suoi scatti più belli sono spesso rubati dietro le quinte di set cinematografici e concerti, momenti informali nei quali i soggetti potevano sentirsi liberi di essere se stessi.
O’Neill entra letteralmente a far parte delle loro vite, trascorrendo con loro intere giornate in piena sintonia con il clima rilassato e disinvolto dell’epoca.
La sua grande abilità nel gestire le pubbliche relazioni in rapporto allo star system insieme alla capacità di essere per i suoi soggetti un osservatore discreto, gli ha permesso di illustrare il successo dalla A alla Z.
L’uso della più leggera e maneggevole 35mm, una novità assoluta per l’epoca, lo ha aiutato a rendere il suo stile naturale e inconfondibile.

Terry O’Neill, il cui sogno era diventare un batterista jazz, ha cominciato la sua carriera nel dipartimento di fotografia della British Airways nell’aeroporto di Heathrow di Londra, dove fotografava i viaggiatori che arrivavano nel paese.
Nel 1959 inizia a lavorare per il periodico Daily Sketch.
Nel 1963, per lo stesso periodico, scatta la prima fotografia dei Beatles, negli studi di Abbey Road in occasione dell’uscita del loro primo album Please Please me, per la prima volta un gruppo musicale appare sulla copertina di un periodico britannico.
A questa foto ne seguono molte altre, dai Rolling Stones, a David Bowie ed Elton John. Nello stesso periodo ritrae le grandi icone della moda da Twiggy a Jerry Hall.
A 26 anni decide di andare a Hollywood. I suoi amici, Micheal Caine e Richard Burton, gli aprono le porte del mondo del cinema, permettendogli così di immortalare star del calibro di Clint Eastwood, Paul Newmann, Sean Connerry e Robert Redford.
Vivendo tra i miti dello spettacolo e avendo con loro un rapporto di grande vicinanza e complicità, nei suoi cinquant’anni di carriera O’Neill realizza alcuni dei ritratti più autentici, da Frank Sinatra (fotografato nell’arco di trent’anni) a Elvis Presley, da Elton John a Bono Vox, da Elizabeth Taylor a Audrey Hepburn, da Brigitte Bardot a Ava Gadner fino a Marlene Dietrich.
Terry O’Neill e Warhol hanno ritratto entrambi, in maniera stupefacente, gli stessi personaggi leggendari come Elvis Presley ed Elizabeth Taylor, per citarne solo alcuni.
Tutti e due hanno cercato di cogliere ed esaltare l’essenza di ciascuno dei loro soggetti esprimendone la grandiosità e consacrandoli a icone senza tempo.

The art spectator: Sognando la Belle Epoque

padova corcosThe art spectator: L’antologica più completa mai dedicata al pittore livornese presenta oltre 100 dipinti, in grado di ripercorrere la sua vicenda artistica, attraverso i suoi più noti capolavori, e a numerose opere inedite.

Dopo il successo della mostra dedicata a Giuseppe De Nittis, Fondazione Bano, in collaborazione con il Comune di Padova e la Regione Veneto, prosegue il suo progetto decennale sulla pittura dell’Ottocento italiano, con un’iniziativa che analizza l’universo creativo di uno dei protagonisti della cultura figurativa italiana fra Otto e Novecento. Dal 6 settembre al 14 dicembre 2014, Palazzo Zabarella di Padova ospiterà la più completa antologica mai dedicata a Vittorio Corcos (Livorno 1859 – Firenze 1933). L’esposizione, curata da Ilaria Taddei, Fernando Mazzocca e Carlo Sisi, presenterà oltre 100 dipinti, in grado di ripercorrere la vicenda del pittore livornese, attraverso un considerevole nucleo di capolavori, affiancati a numerose opere inedite, provenienti dai maggiori musei e dalle più importanti collezioni pubbliche e private, che attesteranno la crescente fortuna critica dell’artista, documentata anche dalla frequente esibizione di suoi dipinti in recenti iniziative nazionali. La fama di Corcos era peraltro già notevole nella prima metà del secolo scorso. Ugo Ojetti, nel 1933, ebbe modo di scrivere: “Chi non conosce la pittura di Vittorio Corcos? Attenta, levigata, meticolosa, ottimistica: donne e uomini come desiderano d’essere, non come sono”, e Cipriano Efisio Oppo, nel 1948, “Una pittura chiara, dolce, liscia, ben finita: la seta, seta, la paglia, paglia, il legno, legno, e le scarpine lucide di copale, lucide come le so fare soltanto io, diceva Corcos”. Il percorso ruoterà attorno al grande capolavoro Sogni, l’opera più celebre di Corcos, proveniente dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma. Si tratta del ritratto, davvero particolare per l’epoca, di una ragazza moderna, Elena Vecchi. Grazie alla forza del gesto e dello sguardo, come alla suggestiva ambientazione, è diventato l’immagine più emblematica della cosiddetta Belle Époque di cui ben rappresenta l’atmosfera sospesa tra i sogni dorati e una sottile inquietudine. Esposto per la prima volta alla Festa dell’Arte e dei Fiori di Firenze 1896, il quadro aveva destato un “chiasso indiavolato” e provocato un acceso dibattito sul significato da attribuire a quell’intenso ritratto di giovane donna, ora definito “spiritualista” ora “realista”, ma infine universalmente ammirato per l’originalità della composizione e l’inquieto carattere della protagonista. A Palazzo Zabarella, i visitatori saranno accolti dall’unico Autoritratto realizzato nel 1913 per la serie dei ritratti di artisti della Galleria degli Uffizi di Firenze, a fianco del Ritratto della moglie, conservato al Museo Giovanni Fattori di Livorno. La prima sezione analizza i luoghi che hanno visto scorrere l’esistenza di Corcos, gli amici e le importanti personalità che ha frequentato, tra cui l’Imperatore Guglielmo II di Germania, Giosuè Carducci, Silvestro Lega e molti altri, dei quali ha tramandato l’immagine ai posteri. Di particolare rilievo sono i ritratti dell’editore milanese Emilio Treves (1907) della Collezione Franco Maria Ricci, e quello del critico Yorick (1889), ora al Museo Giovanni Fattori di Livorno. Un capitolo particolare sarà dedicato a Parigi, città in cui visse dal 1880 al 1886 e che lo vide uno dei maggiori interpreti della cosiddetta pittura della vita moderna, assieme a Boldini e De Nittis. Straordinari a tal proposito sono alcune opere in mostra, come Ore tranquille (1885-1890 ca.) e Jeune femme se promenant au Bois de Boulogne, o come i ritratti en-plein air de La signora col cane e la Figlia di Jack La Bolina (1897). Le istitutrici ai Campi Elisi del 1892, uno dei vertici dell’artista livornese, che raffigura una scena ambientata in una dorata giornata d’autunno in uno dei luoghi più affascinanti di Parigi, testimonia quanto Corcos abbia mantenuto costanti rapporti con la capitale francese, ma anche con l’Inghilterra, e come la sua pittura si evolva verso soluzioni sempre più raffinate in un continuo dialogo con la pittura europea. Una serie di dipinti, alcuni di grandi dimensione, confermano come, anche dopo il 1900, Corcos continui a elaborare la fortunata formula del ritratto mondano, qui rappresentato da autentici capolavori come Ritratto della Contessa Carolina Sommaruga Maraini del 1901, conservato alla Fondazione per l’Istituto Svizzero di Roma, o il Ritratto di Lina Cavalieri (1903), la ‘Venere in terra’, come la definì d’Annunzio. L’ultima sezione, La luce del mare, rivela come i suoi soggiorni a Castiglioncello, a partire dal 1910, sembrano riportarlo all’osservazione della realtà e alle gioie della pittura en plein air. Esemplari sono In lettura sul mare (1910 ca.) o La Coccolì (1915), il ritratto della nipotina sorpresa sulla spiaggia. Non mancherà, all’interno del percorso di Palazzo Zabarella, un confronto con artisti quali Giuseppe De Nittis, Léon Bonnat, Ettore Tito e altri, coi quali Corcos ha intrattenuto un rapporto di lavoro e di amicizia.